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 Werther - J. Massenet

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Leonora
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MessaggioTitolo: Werther - J. Massenet   Dom Gen 16, 2011 10:05 pm

Composto più per soddisfare una propria esigenza interiore che per compiacere le richieste di un pubblico e di una critica diventati sempre più esigenti dopo i successi diManoneHérodiade,Wertherè forse il capolavoro di Jules Massenet, sicuramente la sua partitura meno ‘convenzionale’ e meno costretta entro schemi rigidi e prefissati. L’ardua impresa di tradurre musicalmente le angosce del personaggio di Goethe, divenuto paradigma di certospleenesistenziale già all’epoca di Massenet, spinsero il compositore a cercare un linguaggio sonoro estremamentenuancée, il più vicino possibile alle inflessioni e alle sfumature della lingua parlata. Il compositore, del resto, conobbe il testo di Goethe attraverso una traduzione francese ed è probabile che le sonorità morbide e arrotondate della sua lingua madre abbiano in qualche modo addolcito il suo approccio aDie Leiden des jungen Werther. Anche da ciò dipende forse il parziale ‘tradimento’ del compositore francese, più volte rimproverato dalla critica, nei confronti della cruda e disperata analisi introspettiva del romanzo di Goethe, vessillo di quel movimento romantico delloSturm und Drangche dilagherà in tutta Europa. Per il libretto Massenet e l’editore Hartmann si rivolsero a Paul Milliet, affiancato dal fido Edouard Blau. Non poche sono le libertà, sicuramente decise d’intesa con il compositore, prese nei confronti dell’originale di Goethe, le più importanti delle quali riguardano il personaggio di Charlotte. Costei nell’opera ama consciamente Werther, ed è lacerata tra il desiderio di lui e i suoi doveri di sposa. Secondo alcuni ciò dovrebbe accrescere l’interesse del personaggio; in realtà ha l’imperdonabile torto di sottrarre al protagonista parte di quell’agghiacciante e siderale solitudine esistenziale che lo circonda e attanaglia senza via d’uscita. Anche il finale, desolatamente disperato in Goethe, con l’affannosa corsa di Charlotte al capezzale di Werther morente, voluta dai pietosi librettisti, ha rischiato di trasformarsi (se non fosse stato per la ‘desolata’ musica di Massenet) in un banale finale d’opera simile a tanti altri.

Atto primo. Luglio 178... Nei dintorni di Francoforte. Sulla terrazza di casa del borgomastro, che sta insegnando ai suoi figli un canto di Natale. La quindicenne figlia del borgomastro, Sophie, è in scena mentre la sorella maggiore Charlotte si sta preparando per un ballo. Sopraggiungono gli invitati, che si sono dati appuntamento alla casa di Charlotte da dove si recheranno alla festa. Fra gli altri c’è il giovane sognatore Werther (“Je ne sais si je veille”), che il borgomastro presenta alla figlia maggiore. Mentre tutti sono al ballo, Sophie, rimasta sola a casa, viene raggiunta da Albert, fidanzato di Charlotte, che ritorna dopo un viaggio durato alcuni mesi ed è colpito dall’assenza della promessa sposa. Ma Sophie lo rassicura: l’amata lo ha sempre pensato (“Elle m’aime”). I due si congedano e rientrano Werther e Charlotte: il giovane le dichiara il suo amore, ma la ragazza gli parla della promessa, fatta alla madre morente, di sposare Albert. Werther, pur disperato, non si oppone (“Il faut nous séparer”).

Atto secondo. Nella piazza di Wetzlar, in un giorno di festa settembrino: si celebrano le nozze d’oro del Pastore. Albert e Charlotte sono sposi da tre mesi e gli amici brindano alla loro unione. L’infelice Werther, che da lontano assiste alla festa, viene raggiunto da Albert che, conoscendo i suoi sentimenti, gli dichiara di stimarlo per la sua rinuncia. Sopraggiunge poi Sophie, innamorata di Werther, che gli chiede di ballare, ma l’invito è respinto. Il giovane vuole parlare con Charlotte e la attende vicino alla chiesa per dichiararle ancora una volta il suo amore. Ma ella gli risponde consigliandogli di allontanarsi per qualche mese: tornerà a Natale. Fin d’ora Werther inizia a pensare che solo la morte potrà liberarlo dalla sua infelicità. Rifiuta un nuovo invito alle danze di Sophie e le comunica che se ne andrà per sempre: a questa notizia la giovane scoppia in lacrime.

Atto terzo. La vigilia di Natale nel salotto della casa di Albert. Charlotte è inquieta e rilegge una lettera di Werther, mentre Sophie le chiede se sia triste a causa dell’assenza del giovane (“Je vous écris”): Charlotte non riesce a dissimulare di fronte alla sorella e cade in un pianto dirotto. Sopraggiunge proprio in quel momento Werther, che è tornato dopo una malattia e dopo aver invano desiderato la morte. Mentre le legge alcuni versi di Ossian le strappa un bacio, ma dopo questo fugace momento di abbandono la donna fugge rinchiudendosi in una camera (“Pourquoi me réveiller”). Werther lascia la casa: ora sa che non c’è felicità per lui. Poco dopo manda un biglietto ad Albert per chiedergli in prestito le sue pistole, adducendo il pretesto di un viaggio. Charlotte intuisce la verità e si precipita a casa di Werther.

Atto quarto. È la notte di Natale. Il giovane giace morente nel suo studio e, sentendo la voce di Charlotte, si rianima per un attimo, giusto il tempo di chiedere perdono e invocare una serena sepoltura (“Là-bas, au fond du cimitière”), per poi spirare tra le braccia dell’amata, che ha appena il tempo di confessargli la verità: ella lo ha sempre amato e si rimprovera di aver sacrificato i propri veri sentimenti a un giuramento. Werther morirà felice di questa confessione. Da lontano si odono i bambini che cantano il loro inno natalizio.

Il nevrotico alternarsi di esaltazioni parossistiche e ripieghi malinconici caratterizza la scrittura vocale di Werther. Egli è uno ‘straniero’ che si aggira in un universo piccoloborghese popolato di bonari podestà, mogli fedeli e bimbetti che studiano i canti di Natale, senza riuscire in alcun modo a trovare un punto di contatto, un minimo cenno d’intesa. Già dalla sua prima aria (“Je ne sais si je veille”) accenti estatici si frammischiamo a slanci passionali. È come se Massenet volesse presentarci un protagonista incapace di esprimersi se non attraverso atteggiamenti esasperati, che quasi con violenza si stagliano contro la banale e compita espansività sentimentale di tutti gli altri. In qualche dettaglio, non sempre le scelte del compositore approdano a felici risultati. I coretti dei bambini collocati all’inizio e alla fine dell’opera, ad esempio, che con voluto stridore enfatizzano la malinconia di Werther (sulla falsariga del coro di carnevale nel finale diTraviata), a tratti risultano di una petulanza che va al di là delle probabili intenzioni dell’autore; così come l’aria di Albert, “Elle m’aime”, che si direbbe persino ‘banale’ nella sua piana normalità. La stessa Charlotte, nonostante l’audace impaginazione musicale della celebre ‘aria delle lettere’, non sempre convince pienamente, restando a tratti una figura sfumata e indistinta sullo sfondo. Si intuisce insomma che Massenet (e noi con lui) parteggia sfacciatamente per il protagonista, al quale regala i momenti memorabili della partitura. Dalla turchina e svagatarêveriedel ‘duetto al chiaro di luna’ con Charlotte, nel primo atto, al celeberrimo “Pourquoi me réveiller”, cavallo di battaglia dei maggiori ‘tenori di grazia’ del secolo.

L’orchestrazione, di grande accuratezza, amplifica i sussulti emotivi dei personaggi con un uso dello strumentale a tratti atipico, come nel caso dell’aria di Charlotte “Va! Laisse couler mes larmes!”, nella quale fa la sua comparsa il saxofono. Nella tinta generale dell’orchestra sono avvertibili reminiscenze di Cajkovskij, Schubert e Schumann, ma tutte filtrate e, per così dire, quintessenziate attraverso la sensibilità inequivocabilmente ‘francese’ e personale di Massenet. Fra tante raffinatezze non è possibile dimenticare la pagina più crepuscolare e malinconica dell’intera partitura, quel “Là-bas, au fond du cimetière” cantata da Werther morente, dolorosa elegia funebre sui sogni infranti della giovinezza.

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