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 Il Trovatore - G. Verdi

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MessaggioTitolo: Il Trovatore - G. Verdi   Dom Gen 16, 2011 7:39 pm

Il libretto delTrovatorefu approntato da Salvatore Cammarano, la cui improvvisa morte richiese per qualche scena l’intervento di Leone Emanuele Bardare. L’opera, terminata da Verdi il 14 dicembre 1852, fu eseguita per la prima volta al Teatro Apollo di Roma il 19 gennaio 1853. La trama si rifà aEl trovador, dramma di Antonio García-Gutiérrez risalente al 1836 e ambientato nella Spagna del XV secolo.

Atto primo‘Il duello’. Ferrando narra agli armigeri del conte di Luna la storia di un zingara, condannata al rogo per stregoneria, la cui figlia, per vendicarsi, aveva rapito uno dei due figli del conte – un bambino ancora in culla – e l’aveva bruciato. Nella scena successiva una nobile dama, Leonora, narra a Ines, sua cameriera e confidente, di amare uno sconosciuto cavaliere, incontrato in un torneo, il quale viene nottetempo a trovarla, accompagnando con il liuto i canti con i quali si annuncia. Nella terza scena compare il conte di Luna, figlio dell’omonimo conte al quale era stato rapito il bambino; ama Leonora ed è quindi rivale dello sconosciuto trovatore. Quando questi giunge, il conte di Luna lo sfida a rivelare il proprio nome e l’altro (tenore) dichiara d’ essere Manrico, seguace dell’eretico Urgel. I due si allontanano per battersi.

Atto Secondo‘La gitana’. Su un monte della Biscaglia alcuni zingari, intenti al lavoro, cantano battendo ritmicamente i martelli sulle incudini. Azucena si tiene in disparte con Manrico, al quale narra che una zingara, bruciata perché accusata di stregoneria, le aveva chiesto, prima di morire, di vendicarla. Quella zingara era sua madre e Azucena aveva rapito un bambino, figlio del conte di Luna, con l’intento di bruciarlo. Ma, frastornata, aveva gettato tra le fiamme il proprio figlioletto e non il bambino rapito. Manrico è sorpreso e turbato, ma Azucena lo rassicura: se non fosse sua madre non avrebbe curato amorosamente le ferite da lui riportate in una vittoriosa battaglia. Ma perché, quando il conte di Luna era piombato su di lui con i suoi, non l’aveva ucciso? E perché, quando si erano battuti in duello, lo aveva risparmiato? Manrico non sa spiegarselo. Gli era parso che una misteriosa voce giungesse dal cielo, imponendogli di non colpire. Azucena gli fa allora giurare che, se in futuro dovesse ancora battersi con il conte, non avrà pietà. Giunge poi un messo e narra che Leonora, credendo morto Manrico, sta per farsi suora. Manrico, ignorando le preghiere di Azucena, che gli ricorda le ferite dalle quali non è ancora guarito, balza a cavallo e piomba sul conte di Luna, che si accingeva a rapire Leonora: l’arrivo di Manrico sventa il suo piano.

Atto terzo‘Il figlio della zingara’. Sfilano gli armigeri del conte di Luna, il quale assedia Castellor, difesa da Manrico e dai suoi; subito dopo è catturata una zingara sorpresa in attitudine sospetta. In lei Fernando riconosce chi che aveva rapito e dato alle fiamme il fratellino del conte. Torturata, Azucena invoca l’aiuto del figlio Manrico, ciò che rende ancor più feroce Luna. La successiva scena si svolge in Castellor. Manrico e Leonor sono sul punto di sposarsi allorché Ruiz avverte Manrico che il conte di Luna ha già fatto accendere le pira sulla quale Azucena sarà bruciata. Manrico, disperato, decide una sortita per salvare la madre.

Atto quarto‘Il supplizio’. Leonora si aggira nottetempo nei pressi del palazzo dove il conte ha imprigionato Manrico, da lui catturato in battaglia. Al suo orecchio giunge la voce di Manrico, che, invocando la morte, le invia l’estremo saluto e il Miserere di un coro di prigionieri. Leonora promette allora al conte il proprio corpo in cambio della salvezza di Manrico. Il finale dell’opera è ambientato nella prigione che rinchiude Manrico e Azucena, che alterna momenti di delirio ad altri di sopore. Sopraggiunge Leonora e annuncia a Manrico che è libero; ma quando Manrico apprende a quali condizioni, inveisce contro di lui, ravvedendosi tuttavia quando Leonora, che continua a esortarlo alla fuga, gli rivela d’essersi avvelenata. Il conte di Luna trova Leonora morente e ordina che Manrico sia giustiziato. A esecuzione avvenuta, Azucena, morente, gli rivela che Manrico era suo fratello, da lei rapito bambino.

Il conte di Luna e Azucena sono i personaggi che reggono la sorte degli altri. Del conte è tipica la veemenza con la quale si esprime. Ne è un primo esempio il terzetto con Leonora e Manrico, che conclude la prima parte, allorché il conte, dopo le convulse frasi iniziali (“Di geloso amor sprezzato”), prorompe nel più ampio “Un accento profferisti che a morir lo condannò” rivolto a Leonora. Questi iperbolici slanci culminano, fra squilli di tromba, nella frase “Non può nemmeno un Dio/ Donna rapirti da me”. Poco prima, tuttavia, con il Largo “Il balen del suo sorriso”, Verdi aveva portato una voce baritonale a cantare d’amore con la flessuosità e l’abbandono di una tenorile. Non per la prima volta, tuttavia, se si pensa al “Vieni meco, sol di rosa” di Don Carlo nell’Ernani. Ma un rocciosa veemenza è il tratto caratteristico del conte, particolarmente evidente nella scena e nel terzetto che inizia la terza parte (“Tu prole, o turpe zingara”) e nel duetto con Leonora della parte quarta (“Ah, dell’indegno rendere/vorrei peggior la sorte”). Ma qui, sia pure con il velo che nel melodramma romantico ammantava certe passioni, Luna rivela la sensualità del suo amore per Leonora (“Tu mia, tu mia, ripetilo”).

Azucena è l’altro personaggio cardine della vicenda, ambiguo, cangiante nelle sue alternanze di lucidità e di torpore mentale, ma anche elemento d’ambientazione folklorica, se si pensa alla diffidenza che ancora ispiravano gli zingari nell’Ottocento e alle ricorrenti dicerie che li volevano rapitori di bambini. Verdi (II,1) li presenta pacati, laboriosi e, nell’accompagnamento del coro (“Chi del gitano i giorni abbella”), introduce quei ritmici colpi di martello che possono essere considerati come una trovata se ci rifacciamo alla metà del secolo scorso, ma che il melodramma barocco, ritraendo fabbri al lavoro, aveva inserito in opere come ?La catena d’Adonedi Domenico Mazzocchi (1623) e l’Enea in Italiadi Francesco Pallavicino (1675). Tutte opere sconosciute, si noti, fino a pochi decenni fa. Ma ilTrovatorepresenta un altro momento tipico del melodramma barocco: la sfilata degli armigeri (III,1) in voga dopo ilBellerofontedi Francesco Paolo Sacrati (1642) e ancora in auge nel 1677, con il ?Totiladi Giovanni Legrenzi.

Ma per tornare ad Azucena, va notato che la sua parte inizia direttamente con un’aria (l’Allegretto in 3/8 “Stride la vampa”, II,1) e che anche in questo caso Verdi evoca, inconsapevolmente, un’altra consuetudine del melodramma barocco: quella di ritrarre con trilli le fiamme e i loro riflessi. “Stride la vampa” è suddivisa in due strofe, in ognuna delle quali ricorrono trilli brevi e uno prolungato. Brano di ardua esecuzione, è di rado realizzato secondo le prescrizioni di Verdi. La terribile fine della madre è l’ossessione che perseguita Azucena e che, sempre nella seconda parte, è espressa anche dall’Andante “Condotta ell’era in ceppi”, che inizialmente ha il sentore di una tetra cantilena. Poi, con mutamenti di tempo e con una sorta di concitata declamazione, Azucena rivela a Manrico di aver bruciato il proprio figlio anziché il figlio del conte da lei rapito. Il monologo si muta in duetto quando Manrico narra come inspiegabilmente non avesse ucciso il conte di Luna nel duello con lui sostenuto (Allegro “Mal reggendo all’aspro assalto”). La replica di Azucena (“Ma nell’alma dell’ingrato”) si distingue, più che per l’ispirazione melodica, per la teatrale concitazione che coinvolge anche Manrico. Questo complesso duetto si arroventa con il velocissimo 3/8 “Perigliarti ancor languente” di Azucena, concluso da un cadenza virtuosistica che porta la voce al do sopracuto. La replica del tenore (“Un momento può involarmi/ il mio ben, la mia speranza”) ha già quasi il ritmo dello sfrenato galoppo che porterà il protagonista a Castellor per impedire a Leonora, che lo crede morto, di prendere il velo.

Azucena ricompare con una sorta di cantilena (III,3; “Giorni poveri vivea”, un Allegro in 3/Cool, che si muta in invettiva quando Ferrando e i suoi la maltrattano. Nel finale quarto, che si svolge nella prigione nella quale è rinchiusa con Manrico, Azucena alterna tetre visioni a momenti di lucidità. È lei a intonare, tra il sonno e la veglia, una delle melodie più divulgate dell’opera (l’Andantino “Ai nostri monti ritorneremo”); ed è ancora lei che, in punto di morte, dopo aver rivelato al conte che Manrico era suo fratello, lancia il grido “Sei vendicata, o madre!”.

Leonora non fugge al destino di altre eroine del melodramma romantico: la morte. Ne ha un presagio già nella sua scena a cavatina del primo atto. L’Andantino in 6/8 “Tacea la notte placida”, articolato su lunghi periodi, è d’una sognante dolcezza. Viceversa l’Allegro giusto “Di tale amor che direi” ha uno slancio che denota esaltazione. A questo Verdi giunge con il ricorso al canto di agilità – trilli inclusi – ma articolato su frasi brevi, quasi ansanti, come quella, più volte ripetuta, «per esso io morirò». Nel terzetto di Leonora, Manrico e Luna, che conclude il primo atto, si ha una situazione scenica analoga a quella che nel primo atto dell’Ernanioppone il protagonista ed Elvira a Don Carlo. NelTrovatoreil canto è più rovente, ma Verdi segue comunque lo stesso procedimento. Nell’Ernanil’Allegro assai moderato (“Tu se’ Ernani! me’ l dice lo sdegno”) è iniziato dal baritono ed Elvira e Ernani replicano all’unisono, passando a un Allegro vivacissimo. NelTrovatoreinizia il conte di Luna con un Allegro assai mosso più veemente e protervo del “Tu se’ Ernani” di Don Carlo, ma è soprattutto la risposta di Leonora e Manrico, all’unisono, che è elettrizzante. Si noti che la questione degli unisoni diede luogo a lunghe polemiche: il loro effetto fu considerato brutale dai rossinisti e tale anche da ledere le voci, essendo i cantanti portati a cantare il più forte possibile per superarsi l’un l’altro. Ma lo straordinario successo ottenuto dal finale primo deiCapuleti e Montecchidi Bellini a Venezia, nel l830, allorché Romeo e Giulietta avevano cantato all’unisono la travolgente frase “Se ogni speme è a noi rapita”, aveva divulgato questo espediente, da molti ancora considerato letale per le voci al tempo delTrovatore.

Leonora ricompare nel finale secondo: trovarsi di fronte Manrico creduto morto, le ispira un Andante mosso che è una delle espressioni di quello che Verdi soprattutto fu: un genio dell’effetto scenico. L’incredulità, l’emozione di Leonora si traducono in brevi frasi ansanti, dapprima e quindi, dopo una lunga pausa di silenzio assoluto, nel canto ampio, estatico e liberatorio di “Sei tu dal ciel disceso o in ciel son io con te?”. Il concertato che segue, con gli interventi del conte di Luna, di Manrico e quindi di Ferrando e del coro, riflette quel contrasto di passioni che, nella sua veemenza, è forse la ragione prima della popolarità delTrovatore. Ma è soprattutto nel quarto atto che Leonora emerge. Si susseguono il sognante abbandono dell’Adagio “D’amor sull’ali rosee”, le lugubri frasi (“Quel suon, quelle preci, solenni, funeste”) che si stagliano sul Miserere, l’Allegro agitato “Tu vedrai che amore in terra” – sovente omesso, specie in passato, nelle esecuzioni correnti – il duetto con Luna, con l’Andante mosso “Mira d’acerbe lacrime”, che tratteggia lo stato d’esaltazione di Leonora e, infine, il patetico Andante “Prima che d’altri vivere”.

Se si guarda alla struttura degli atti, Manrico (Alfonso de Manrique nel dramma di Gutiérrez) è un protagonista puramente nominale; Leonora, Luna e Azucena hanno, in termini di partecipazione, uguale peso. Ma Manrico assurge a protagonista anzitutto per il fascino tipicamente romantico dell’eroe immeritatamente vilipeso dalla sorte e, in secondo luogo, perché destintario di melodie celeberrime: la serenata fuori scena del primo atto; l’Andante “Ah sì, ben mio” e l’Allegro “Di quella pira” – specie se eseguito con il do di petto di tradizione – che concludono il terzo atto; inoltre il Miserere del quarto atto, il duetto con Azucena nella scena della prigione e un frammento del successivo incontro con Leonora, l’Andante “Ha quest’infame l’amor venduto” che un tempo poteva anche provocare richieste di bis. IlTrovatoreannovera un altro peronaggio di qualche peso. È Ferrando, impegnato soprattutto nel primo atto, nel quale narra ai domestici e agli armigeri del conte di Luna l’antefatto della vicenda. L’inizio del racconto, “Di due figli vivea padre beato”, è un Andante mosso nel quale Verdi, per sottolinearne l’arcano contenuto, inserisce dei trilli. Nella seconda parte (l’Allegretto “Abbietta zingara”) il canto di agilità si accentua: non si può del tutto escludere che si tratti di un espediente di Verdi per distinguere l’elemento fantastico – o prevalentemente fantastico – dalla realtà.
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