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 Falstaff - G. Verdi

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Leonora
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MessaggioTitolo: Falstaff - G. Verdi   Dom Gen 16, 2011 9:12 pm

«Voi nel tracciareFalstaffavete mai pensato alla cifra enorme de’ miei anni?». Cominciò così, nell’estate del 1889, un colloquio sempre più affascinante, lettera dopo lettera, tra Verdi e Arrigo Boito, impegnati nella temeraria impresa di un’altra opera tratta da Shakespeare. Anche in quest’occasione, dopo il trionfo diOtellonel 1887, il loro rapporto fu improntato al rispetto reciproco. Boito era sempre pronto a sciogliere qualsiasi dubbio del suo interlocutore, ed ebbe il suo premio quando Verdi, il 17 marzo 1890, poté scrivergli: «il primo atto è finito senza nissun cambiamento nella poesia». Era la prima volta che il compositore faceva una simile dichiarazione a un suo librettista. E le ragioni non gli mancavano. Aveva tra le mani un piccolo gioiello, intessuto di preziosismi linguistici incastonati in una perfetta sagoma drammatica. Boito lo aveva ricavato dalla commedia, la cui trama, fatti salvi i cambiamenti dovuti a necessità di sintesi – sfoltimento dei personaggi e riduzione a due delle beffe, cambio di nomi e prole fra le coppie – è l’asse del libretto. Consapevolmente o no, lo scrittore ripercorse lo stesso cammino creativo di Shakespeare. Sir John Falstaff aveva invaso la scena dellaHistory of Henry the Fourth(1596), imponendosi di gran lunga come il più interessante fra ledramatis personae. Sicché la regina Elisabetta volle assistere a una commedia tutta per lui, e lo scrittore dovette interrompere la stesura della seconda parte del dramma. Il lavoro, probabilmente un centone, fu fatto di malavoglia e in fretta: leMerry Wives(1597) ci mostrano perciò un furfante beffato, facile preda per tutti i poveri di spirito che lo circondano. Ma Boito riuscì a restituirgli tutta la sua dignità, elevandolo a fenotipo dell’arguzia. Per realizzare ciò estrapolò dalle due parti del dramma tutti quei passaggi brillanti che animano i grandi monologhi del primo e terzo atto, e altri ancora li sparse qua e là in tutta l’opera. Sir John ritornò così a essere quello scintillante incrocio tra ilmiles gloriosusdi Plauto e il Panurge di Rabelais in abiti inglesi. Questo non rimase l’unico merito di Boito: fu lui che insistette, contro l’iniziale diffidenza di Verdi, a inserire nella trama, come un ricamo, gli incontri fra Fenton e Nannetta. Il loro amore doveva essere l’altro polo della vicenda, un amore che costituisse una luce di speranza in un mondo fatto talora di atroci amarezze.

Mancava a Verdi un grande successo nell’opera comica – dopo il mezzo fiasco diUn giorno di regnonel 1840 – ed egli aveva già dato molte prove della sua buona disposizione al buffo – si pensi alla ‘tinta’ brillante delBallo in maschera, e alle parti di contorno che affollanoLa forza del destino. Sin da quando Boito propose a Verdi il nuovo soggetto shakespeariano,Falstafffu cosa fatta, senza fatiche né dolori, fino al successo che accolse l’ultima, miracolosa opera del Maestro ottantenne alla Scala. Il 9 febbraio 1893, sotto la bacchetta di Edoardo Mascheroni, cantarono interpreti d’eccezione: Victor Maurel, già primo Jago, sostenne il ruolo del protagonista, Antonio Pini Corsi quello di Ford, Edoardo Garbin e Adelina Stehle impersonarono i due innamorati, ben assecondati da Emma Zilli (Alice), Giuseppina Pasqua (Quickly) e Virginia Guerrini (Meg). Da quel momento l’opera occupa stabilmente i palcoscenici di tutto il mondo, ed è cavallo di battaglia soprattutto di direttori virtuosi a partire da nomi come quelli di Mahler e Toscanini, per giungere al passato prossimo, con Karajan e Bernstein in particolare evidenza.

Atto primo.Quadro primo. All’interno dell’osteria della Giarrettiera il dottor Cajus si scaglia contro Falstaff e i suoi servitori, Bardolfo e Pistola: con trucchi di bassa lega lo hanno fatto bere e lo hanno derubato. Ma le sue lamentele non servono a nulla, poiché Falstaff è troppo intento a contribuire al benessere del propria borsa e del proprio pancione. Per questo motivo egli finge amore nei confronti di due ricche signore di Windsor, Alice Ford e Meg Page. Ha già preparato due lettere d’amore, in tutto e per tutto uguali salvo che nel nome della destinataria, ma quando ordina ai due servi di recapitarle essi rifiutano, in nome dell’onore. Falstaff spiega a loro in un monologo la sua concezione dell’onore (“L’onore! Ladri!”), al termine del quale li licenzia in tronco. A recapitare le missive basterà un paggio.Quadro secondo.Nel giardino davanti alla casa di Ford s’incontrano Alice, padrona di casa, e la figlia Nannetta con Meg, moglie di Page, in compagnia di Quickly, una signora più attempata delle altre ma altrettanto allegra e spiritosa. Dalle chiacchiere si passa alla lettura di due lettere amorose, che Falstaff ha inviato ad Alice e Meg, constatando che differiscono solo nei nomi delle destinatarie. Mentre le donne s’allontanano indignate, meditando vendetta per l’offesa ricevuta, fanno il loro ingresso il dottor Cajus e Fenton (il primo pretendente ufficiale alla mano di Nannetta, il secondo amante corrisposto della ragazza) assieme a Bardolfo e Pistola che intendono vendicarsi del licenziamento svelando a Ford le intenzioni di Falstaff: sedurgli la moglie e spillargli quattrini. Le donne tornano sullo sfondo, ma i due gruppi si evitano deliberatamente; da essi si staccano Fenton e Nannetta per scambiarsi trepide effusioni (“Labbra di foco, Labbra di fiore”). I due rimangono soli per pochi istanti, ma la breve parentesi lirica viene interrotta dal rientro di Alice che espone alle altre il suo piano: Quickly, in veste di ruffiana, inviterà Falstaff a un incontro galante con lei per attirarlo in una trappola. Rientrano gli uomini: a sua volta Ford si presenterà sotto mentite spoglie a Falstaff per poterlo poi gabbare. Le donne chiudono l’atto dandosi appuntamento per l’indomani, e ripetendo caricaturalmente un’ampollosa frase della lettera di Falstaff.

Atto secondo.Quadro primo. All’interno dell’osteria della Giarrettiera Bardolfo e Pistola tornano a rendere omaggio a Falstaff, ostentando un sincero pentimento. Il loro scopo è quello di fare incontrare Ford a Falstaff senza destare sospetti. In quel momento entra Mrs. Quickly: reca al grasso cavaliere un messaggio di Alice, che si dichiara disposta a incontrarlo nel pomeriggio stesso «dalle due alle tre» quando il marito sarà fuori casa. Lo avverte però di fare molta attenzione, perché il geloso consorte ha disposto una stretta sorveglianza intorno a lei. Rimasto solo Falstaff inneggia alle sue doti di seduttore (“Va’! vecchio John”), sinché gli viene annunciata la visita di un certo signor Fontana, un gentiluomo ricco e generoso. Si tratta in realtà di Ford, che espone il suo caso al grasso interlocutore (“C’è a Windsor una dama”): desidera possedere Alice che, fedelissima, si rifiuta. Ma se, da vero «uomo di mondo», Falstaff riuscisse a conquistare i favori della bella signora, allora la strada sarebbe spalancata anche per lui. Perciò gli offre un sacco pieno di monete, di cui potrà disporre a suo piacimento. Dapprima perplesso, Falstaff abbocca, confida a Ford di aver già ottenuto un appuntamento, poi s’allontana per farsi bello. Allora Ford cade in preda a una furiosa crisi di gelosia (“È sogno o realtà?”), interrotta dal rientro di Falstaff, imbellettato. Entrambi escono verso la stessa meta.Quadro secondo. Nella casa di Ford le comari stanno organizzando la burla ai danni di Falstaff; tutte si danno da fare, a eccezione di Nannetta che, innamorata di Fenton, ha appreso che il padre intende concederla in sposa al dottor Cajus. La madre promette il suo appoggio, ma sta per giungere la vittima della beffa ed è tempo di prepararsi (“Gaje Comari di Windsor! è l’ora”). Presentandosi galantemente, Falstaff narra all’amata di un tempo in cui era stato magro (“Quand’ero paggio/ del duca di Norfolk”), ma viene subito interrotto dall’arrivo di Ford alla testa di un nutrito gruppo di uomini, che intende vendicare il suo onore ferito. Falstaff fa appena in tempo a celarsi dietro un paravento che il marito, adirato, irrompe in casa bloccando ogni uscita e dando inizio a una capillare perquisizione. Nessun nascondiglio viene tralasciato, neppure le ceste del bucato. Visti vani i loro sforzi, gli uomini passano ad altre stanze: le donne allora riescono a far entrare a fatica Falstaff nella cesta che è già stata esaminata. Il grassone mal si adatta all’angusto rifugio e all’odore dei panni sporchi, ma fa di necessità virtù. Intanto dietro al paravento ci vanno Nannetta e Fenton, pronti a cogliere anche quei pochi attimi di felicità. Ford rientra e il paravento, da cui provengono sospiri, attira la sua attenzione. Mentre tutti ribaltano il nascondiglio e scoprono la tresca dei ragazzi, Alice e le altre donne fanno rovesciare la cesta, carica del cavaliere e dei panni, nel fossato dietro la finestra. A questo punto per le comari è facile spiegare la burla agli uomini, e a tutti non resta che godere il risultato della loro arguzia.

Atto terzo.Quadro primo. Fuori della taverna il povero Falstaff si sta rimettendo dal salto nel fossato e dall’acqua del Tamigi. L’umore è pessimo (“Mondo ladro, mondo rubaldo/ Reo mondo”), ma quando l’oste gli porta un bicchiere di vino il cavaliere si riprende a poco a poco. Lo riscuote Quickly, nuovamente in veste di ambasciatrice, e riesce a convincerlo a raggiungere Alice sotto la quercia di Herne, travestito da cacciatore nero. La tradizione vuole che in quel luogo si diano appuntamento le fate e gli spiriti della foresta. Ancora una volta Falstaff cade nella trappola e si ritira nella taverna per prepararsi. Stavolta la burla, ordita da donne e uomini insieme, prevede che tutti gli abitanti di Windsor si travestano da spiriti, mentre Nannetta impersonerà la regina delle fate. Approfittando della situazione Ford rammenta al dottor Cajus il travestimento della figlia, onde questi possa riconoscerla alla fine della mascherata e offrirle il suo braccio. Ford stesso benedirà le nozze. Ma Quickly, che ha orecchiato, informa le altre della losca trama, affinché prendano le adeguate contromisure.Quadro secondo. Nel parco di Windsor. Fenton giunge per primo: intona un sonetto (“Dal labbro il canto estasiato vola”), e gli fa eco Nannetta che lo raggiunge (“Bocca baciata non perde ventura”). Ma irrompe Alice, che modifica i travestimenti per sventare i piani del marito. Allo scoccare della mezzanotte compare Falstaff, travestito da cacciatore nero e con due corna enormi sulla testa. Tenta più volte di abbracciare Alice, ma alcuni rumori lo mettono in guardia, subito dopo Meg, trafelata, annuncia l’inizio della tregenda. Le fate si muovono al suono della canzone di Nannetta (“Sul fil d’un soffio etesio”), e al cavaliere non rimane che sdraiarsi per terra per non incrociare il loro sguardo, pena la morte. I paesani fanno scempio del suo corpaccione: punture, bastonate, frustate, insulti, coronati da un’ingiunzione a pentirsi. Ma Bardolfo, nella foga, perde il cappuccio: Falstaff lo riconosce, comprende l’inganno e riprende un po’ di coraggio, dopo aver ammesso le sue colpe. Nel frattempo le donne mettono il velo da sposa a Bardolfo, che viene raggiunto da Cajus e preso per mano, poi congiungono anche Fenton a Nannetta. Due coppie vengono presentate innanzi a Ford, che benedice entrambe. Ma quando cadono i veli il padre scopre con amarezza di aver unito la figlia al corteggiatore da egli osteggiato. L’apoteosi finale è amara per lui, come per Falstaff e per Cajus, mentre trionfano le donne e l’amore. Un coro, in guisa di licenza, suggella la scena (“Tutto nel mondo è burla”).

Per ricreare uno degli aspetti più caratteristici del genere buffo, Verdi impresse alla sua ultima partitura un’andatura indiavolata dall’inizio alla fine. Partendo dalla parola egli scavalcò ogni forma tradizionale, e creò un’opera in cui veri e propri motti sorgono da un flessibile declamato vocale e vengono offerti all’orchestra. Si respira aria nuova nella forma sin dall’inizio: nella sfavillante cornice di do maggiore serpeggia un motivo discendente, mentre l’orchestra si muove con frenetica leggerezza. Su questo flusso s’innesta un tema contrastante in mi maggiore, poi le due sezioni si alternano come in un Allegro di sonata sino all’uscita di Cajus, sigillata dall’Amen dei due servi. La vitalistica esaltazione dell’addome del protagonista viene dopo che l’orchestra ha disegnato, mediante un vuoto nel registro centrale, la magrezza da lui aborrita, e sfocia nel monologo dell’onore, dove il declamato di Falstaff suggerisce agli strumenti un caleidoscopico giro d’immagini.

L’arguzia delle donne domina il secondo quadro, e trova la sua celebrazione nella lettura delle lettere, conclusa da una frase appassionata, e al tempo stesso ironica, di Alice («Ma il viso tuo su me risplenderà»), che sigillerà poi l’atto. Apoteosi dello stile buffo è poi il concertato in versi ottonari degli uomini, che si contrappone per il metro a quello in senari delle donne. Verdi le allontana per far udire le ragioni dei maschi, ma fra i gruppi contrapposti sbuca un delicatotraît d’union: Nannetta e Fenton colgono la prima occasione per isolarsi e intonare il loro motto «Bocca baciata non perde ventura/ Anzi rinnova come fa la luna», celebre distico tratto dalDecameron. Il loro amore sarà l’unica isola di vera felicità in un mondo che trama seduzioni e beffe e, nella conclusiva ripresa del concertato, Verdi ribadisce la forza di questo sentimento isolando l’ampia melodia lirica di Fenton.

Le lusinghe che Quickly, all’inizio dell’atto seguente, offre al grasso cavaliere mettono a nudo la sua sensibilità all’adulazione: «Dalle due alle tre», ennesimo motto che ritroveremo disseminato qua e là, è un invito alla risata costruito su una semplice cadenza perfetta. Credendosi desiderato Falstaff intona il brevissimo arioso, “Va’, vecchio John”, un inno materialistico alla sua carne che è l’unica certezza. In fugaci istanti come questo si condensa una complessa vicenda umana, ma l’arrivo di Ford nei panni di un improbabile signor Fontana dà vita a una scena all’insegna del puro paradosso, in cui questi chiede al rivale di sedurre la propria moglie perché «da fallo nasce fallo», ed è difficile persino per Falstaff comprendere il senso di questa «strana ingiunzion». Ma intanto abbiamo udito un nostalgico ‘madrigale’ a due, e il tintinnio di tutta l’orchestra che dipinge il sacco di monete offerto da Ford, cui seguono le corna su cui sparare una «girandola di botte», disegnate dalle aggrovigliate terzine della linea vocale, fino al provocatorio motivetto «Te lo cornifico, netto, netto!». Il successivo monologo di Ford inizia nel segno dell’allucinazione (“È sogno o realtà?”), prosegue nell’ira, evolve nel disincanto, involve nell’insulto alle mogli: pochi minuti di tensione, che contengono una varietà impressionante di atteggiamenti, rotta dal leggiadro tema di danza che accompagna il rientro in scena del Pancione.

La gioia innocente con cui le donne si dispongono all’impresa, nel quadro successivo, fa quasi dimenticare i guai che incombono sul cavaliere, soprattutto quando Alice intona “Gaje comari di Windsor”, lucente inno al sorriso. Accordi di chitarra accolgono il seduttore che narra senza rimpianto, nell’unico ‘pezzo chiuso’ (“Quand’ero paggio”) dei tempi in cui era magro. Ma quando irrompe la masnada di Ford, un traffico pesante inizia intorno al paravento e alla cesta del bucato posti al centro della scena, e in quella «casa di pazzi» soltanto i due giovani mostrano saggezza, acquattandosi dietro al paravento che li separa dal mondo. Il putiferio intorno a loro si blocca e lo schiocco del loro bacio nel silenzio generale innesta un complesso concertato, che Verdi conduce con mano fermissima fino al clamoroso tuffo nel fossato. Nel ritrarre l’enorme disillusione di Falstaff, infradiciato, all’inizio del terzo atto, Boito si supera, offrendo a Verdi una lingua preziosa che stimolò al compositore una fra le più memorabili invenzioni di tutto il teatro in musica. Il lungo monologo è un brano di carattere, che dalla situazione prosaica dell’umiliazione subita solleva il protagonista in un’epicurea esaltazione dei conforti della vita, primo fra tutti il prediletto «vin caldo». Il benefico influsso della bevanda sullo spirito e sulla carne maltrattata ispira al protagonista un eccentrico ‘ditirambo’ accompagnato da un virtuosistico trillo a piena orchestra che è uno scorcio da manuale. Falstaff, rigenerato, è pronto a cascare in nuove trappole e neanche la macabra storia del cacciatore nero riuscirà a fermarlo.

Quale finale migliore per un’opera ‘magica’ e shakespeariana, che un bosco fatato e una classica mascherata? Risuonano i richiami del corno, e Fenton si affaccia al contatto della natura. Intonerà uno splendido sonetto che è un canto d’amore appassionato verso l’altro da sé. Istanti d’infinita tenerezza, conclusione formalmente perfetta, in cui l’ultima terzina riprende il motto «bocca baciata» e chiama la risposta dell’innamorata. Ma l’azione incalza e tronca l’estasi sul nascere: le botte dell’orologio che batte dodici rintocchi, una vertiginosa girandola armonica di accordi tra loro differenti che ruotano sul perno del fa diesis, colgono il pancione travestito, due corna in testa, sotto la quercia, e precedono l’arrivo delle due donne. Ma Nannetta guida gli abitanti di Windsor, travestiti da personaggi silvani, intonando la Canzone delle fate “Sul fil d’un soffio etesio”, accompagnata da un’orchestra leggera e delicata come una tela di ragno. Falstaff ci ricasca, sta fermo immobile per terra mentre tutti lo pungono, lo pizzicano. Ma ha ancora lo spirito per inserirsi in un gioco antifonale (“Domine fallo casto!”; “Ma salvagli l’addomine”) che è l’ultima garbata satira anticlericale di Verdi. Infine trova le forze per reagire, incalzando i suoi derisori: “Un poco di pausa. Sono stanco”, reclama, ed è la rottura dell’illusione scenica che gli restituisce dignità.

Dopo tanta amarezza e struggente disincanto, manca solo l’obbligato lieto fine. Credendo di maritare Nannetta a Cajus al suono di un ironico minuetto, Ford congiunge la figlia, salvata dall’astuzia femminile, a Fenton. Il padre, come in ogni opera buffa che si rispetti, è costretto a fare buon viso a cattivo gioco, mentre le «ansie leggiadre» dei due ragazzi sono la tangibile consolazione di ognuno. Che rimaneva ancora da dire? Che tutti quelli che avevano supposto troppo, e a torto, erano stati puniti: da Falstaff a Ford, al dottor Cajus. Mancava solo la licenza finale. Era stato il primo brano che Verdi aveva composto, e l’aveva scritto a Boito nell’agosto del 1889:

«Mi diverto a fare delle fughe!... Sì signore: una fuga... e una fuga buffa... che potrebbe stare bene inFalstaff!... Ma come una fuga buffa? perché buffa? direte Voi?... Non so come, né perché, ma è una fuga buffa!».

Di tutte le forme musicali Verdi scelse la più severa – e dunque sulla carta una delle meno adatte a terminare un’opera comica. Ma egli volle scrivere così la licenza della sua vita, e insieme il suo più bel testamento di artista per celebrare con vitalità la fine di una stagione indimenticabile del melodramma. Ai tempi della commedia dell’arte, qui rivissuta con intenso affetto, si chiedeva al pubblico se si fosse divertito o avesse ben compreso il significato dell’opera mediante la licenza; così fece Verdi, trascinando con lui gli interpreti per cantare un coro finale insieme a Falstaff. “Tutto nel mondo è burla”: l’arte si è miracolosamente congiunta alla vita. Dopo cinquantaquattro anni di presenza ininterrotta sui palcoscenici del mondo, per Verdi era davvero impossibile chiudere meglio di così.

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