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 Oberto conte di San Bonifacio - G. Verdi

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MessaggioTitolo: Oberto conte di San Bonifacio - G. Verdi   Dom Gen 16, 2011 9:19 pm

I ricordi di Verdi relativi al periodo precedente l’Obertonon fanno sufficiente luce sull’attività compositiva dei suoi primi anni. Nel settembre 1836 egli avrebbe portato a termine un’opera intitolataRocester; ma poiché di questo lavoro non si ha più traccia, si è ipotizzato che l’abbozzo della partitura divenisse successivamenteOberto, conte di San Bonifacio, prima opera ufficiale nel catalogo verdiano. In effetti, quando quasi tre anni dopo l’impresario della Scala Bartolomeo Merelli scritturò Verdi, delRocesternon si parlava ormai più, anche se Julian Budden ha dimostrato che più di un brano della partitura dell’Obertopotrebbe essere ricondotto al lavoro precedente, fatte salve le opportune modifiche di luogo (dall’Inghilterra all’Italia medioevale), di tempo (dall’epoca della Restaurazione al Medioevo) e di personaggi. Non a caso,Obertoè l’unico soggetto verdiano di cui non si conosca la fonte originaria; quanto all’autore del libretto, il compositore nomina esplicitamente Antonio Piazza in relazione alRocestere nulla ci dice diOberto, che di certo uscì, almeno in parte, dalla penna di Temistocle Solera. La prima rappresentazione si giovò del basso profondo Ignazio Marini nel ruolo del protagonista e venne accolta con interesse, ma i giudizi furono contrastati; si sottolineò la mancanza di originalità della partitura, che in effetti pagava dei tributi a compositori del passato e coevi. Del resto l’obiettivo che Verdi si riprometteva allora era quello di un musicista alle prime armi, che desiderava soprattutto farsi notare nel difficile ambiente operistico del tempo. Alcune soluzioni denunciano ingenuità e goffaggini, tuttavia già è ravvisabile un tratto assolutamente personale e nuovo nell’affrontare talune situazioni proposte dal libretto (i vasti recitativi del protagonista delineano una statura drammatica del personaggio che lascia già intravvedere gli esiti diRigoletto) e nell’affrontare le formule melodrammatiche della tradizione; ad esempio nel duetto di Oberto e Leonora (“Guardami! Sul mio ciglio”), in quello di Cuniza e Riccardo (“Il pensier d’un amor felice”) e nella cabaletta finale di Leonora (“Cela il foglio insanguinato”). L’opera fu ripresa nella stagione di carnevale 1840 a Torino, nuovamente a Milano e l’anno successivo a Napoli e a Genova; Verdi intervenne più volte, revisionando largamente alcuni brani o anche riscrivendoli. È certo che inizialmente il compositore ripose in quest’opera le speranze di una significativa affermazione, e che solo il clamoroso successo diNabucco, dopo il fiasco diUn giorno di regno, lo indusse a tralasciarla. Del resto l’opera fu presto relegata nell’ombra dalla produzione successiva e solo di recente, sulla scia della completa rivalutazione del Verdi giovanile, è stata nuovamente ripresa in considerazione.

Atto primo. Bassano, 1228. Riccardo, che è stato un tempo amante di Leonora, figlia di Oberto, intende ora sposare Cuniza, sorella di Ezzelino da Romano. Mentre Cuniza ha tristi presentimenti, Leonora incontra il padre che, perdonatala, la guida al castello di Ezzelino per riportarla tra le braccia di Riccardo. Questi, che ha rivelato il suo passato a Cuniza, è da lei affrontato. Quando, per difendersi, accusa Leonora di essergli stata infedele, Oberto insorge, deciso a vendicare l’offesa. Cuniza respinge Riccardo che, nonostante la sua superiorità fisica, si batte con Oberto. Intervengono le due donne e Cuniza dichiara che perdonerà Riccardo solo se questi accetterà di sposare Leonora. Riccardo finge di accettare

Atto secondo. Riccardo, respinto da Cuniza, incontra Oberto nel giardino del castello; consapevole della propria superiorità vorrebbe rifiutare il duello, ma Oberto è irremovibile. Mentre i due si battono, sopraggiungono Leonora e Cuniza. Quest’ultima dichiara che perdonerà Riccardo solo se questi accetterà di sposare Leonora; Oberto lo consiglia di accettare, ma solo per potere riprendere il combattimento più tardi. La gioia di Leonora di fronte al consenso di Riccardo è di breve durata: di lì a poco il giovane uccide in duello Oberto, poi fugge. Mentre, Leonora, fuori di sé, si accusa della morte del padre, giunge una lettera di Riccardo nella quale il giovane, in cambio del perdono, le dona tutti i suoi beni. Cuniza la esorta al perdono ma Leonora, desolata e accecata dal sangue e dal rimorso, non vede ormai che la cella di un convento e cade riversa tra le braccia delle donne.

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