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 La forza del destino - G. Verdi

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Leonora
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MessaggioTitolo: La forza del destino - G. Verdi   Dom Gen 16, 2011 9:18 pm

Distolto anche dagli avvenimenti politici che avrebbero portato all’unità d’Italia, Verdi trascorse quasi due anni senza comporre, partecipando attivamente ai lavori del nascente parlamento. Solo nel dicembre del 1860, a seguito di una lettera del tenore Enrico Tamberlick, si lasciò tentare dall’idea di comporre un’opera per Pietroburgo. Scartato definitivamente unRuy Blas, il musicista scelse il drammaDon Alvaro o La fuerza del sino, che aveva apprezzato per l’originalità delle scene di ambientazione popolare, inframmezzate agli eventi drammatici dell’intreccio principale. La stesura del libretto fu condotta sotto la stretta supervisione di Verdi, che nell’agosto del 1861 chiese ad Andrea Maffei di poter utilizzare liberamente una scena della sua traduzione delWallensteinsolager(Il campo di Wallenstein) di Schiller, per l’episodio dell’accampamento presso Velletri (terzo atto). Nel novembre del 1861 il musicista partì per Pietroburgo ma, a causa dell’indisposizione della primadonna, la rappresentazione fu rimandata all’inverno successivo. All’indomani della ‘prima’, l’opera, pur suscitando vasti consensi, fu ritenuta dalla critica eccessivamente lunga e malgrado il successo di pubblico fu contestata dai nazionalisti russi e dai filotedeschi. Anche la ‘prima’ a Madrid, nel febbraio del 1863, nonostante le buone accoglienze fu causa di polemiche: Verdi fu accusato di essersi allontanato dal solco della sua tradizione e di avere profanato il dramma di Rivas.

Atto primo. Nella casa dei marchesi di Calatrava, a Siviglia. Leonora, la figlia del marchese, riceve la buonanotte dal padre. Rimasta sola, la giovane dà sfogo con le lacrime al suo intimo tormento: ama Don Alvaro, un giovane di nobili origini ma di sangue misto, con il quale ha deciso di fuggire; ma ama anche il padre, che osteggia il suo legame sentimentale poichè lo ritiene disonorevole per il casato (“Me pellegrina ed orfana”). Giunge Alvaro (“Ah, per sempre, o mio bell’angiol”): tutto è pronto per la fuga e Leonora, abbandonate debolezze e perplessità, si appresta a lasciare la casa paterna quando, all’improvviso, il marchese di Calatrava irrompe armato nella stanza. Leonora si getta ai suoi piedi mentre Alvaro, proclamando l’innocenza della giovane, si assume ogni responsabilità e offre addirittura la propria vita all’ira del marchese. In segno di resa getta lontano da sé la pistola ma questa, nell’atto di colpire il pavimento, lascia partire un colpo che ferisce a morte il marchese. Alvaro, atterrito e impotente, trascina con sè Leonora, maledetta dal padre nell’atto di esalare l’ultimo respiro.

Atto secondo.Quadro primo. Sulle tracce della sorella Leonora e di Alvaro, Don Carlo di Vargas è giunto travestito da studente all’osteria del villaggio di Hornachuelos. Fingendo buonumore e semplice curiosità, interroga mastro Trabucco, il mulattiere, sulla misteriosa persona che egli accompagna in viaggio. Intanto Leonora si è accorta della presenza del fratello e si tiene nascosta con prudenza. Giunge Preziosilla, una giovane zingara, che incita i presenti a lasciare la miseria del villaggio e a cercare la fortuna in Italia, nella guerra contro i tedeschi (“Al suon del tamburo”). Poi, l’arrivo dei pellegrini che vanno al giubileo spinge tutti a inginocchiarsi e a pregare. Il raccoglimento è di breve durata: un fiasco di vino riporta allegria e il falso studente si rivolge di nuovo al mulattiere, chiedendogli se la persona che accompagna è un uomo o una donna e perché non sia scesa a cenare. Le domande alla fine stancano Trabucco, che sceglie di andarsene a dormire in compagnia delle sue mule, senz’altro meno noiose dei baccellieri. Invitato a rivelare la sua identità, lo studente afferma di chiamarsi Pereda, di venire da Salamanca e di essersi trovato suo malgrado coinvolto in una brutta storia. Il padre di un suo amico, Don Carlo di Vargas, è stato ucciso dall’amante della figlia ed egli ha accettato di seguire Don Carlo a Cadice sulle tracce dell’assassino. In seguito, partito l’amico per il Sudamerica, egli è tornato ai suoi studi (“Son Pereda, son ricco d’onore”). Tutti credono alla storia tranne Preziosilla, che si prende gioco dello studente, ma ormai la notte è sopraggiunta e tutti si ritirano.Quadro secondo. All’alba, davanti al convento della Madonna degli Angeli giunge sfinita Leonora. La fanciulla ha udito della fuga in America di Alvaro, che credeva morto, e ha compreso i crudeli progetti del fratello (“Madre, pietosa Vergine”). Disperata, chiede ospitalità ai frati: ma non in convento, bensì in un eremo, vicino ma completamente isolato. Il padre guardiano è inizialmente perplesso da una richiesta così estrema, ma Leonora espone la sua situazione in termini talmente drammatici e commoventi (“Se voi scacciate questa pentita”) che alla fine la chiesa del convento si apre e i frati si riuniscono accogliendo la supplica (“Il santo nome... La Vergine degli Angeli”).

Atto terzo.Quadro primo. È notte. Don Alvaro, capitano dei granatieri spagnoli stanziati in Italia per la guerra ai tedeschi, ripensa alla tragica notte in cui il suo destino è stato segnato: Leonora è morta; quanto a lui, che vive sotto mentite spoglie, non sente più alcun attaccamento alla vita (“La vita è inferno all’infelice... O tu che in seno agli angeli”). Grida di aiuto lo distolgono dai suoi cupi pensieri. Alvaro accorre e trae in salvo da una squallida bisca un uomo; questi, che è poi Don Carlo, gli si dichiara subito riconoscente offrendo la sua opera per la causa comune. Durante la battaglia, Alvaro è gravemente ferito. Carlo, giunto al suo capezzale, lo esorta a resistere e gli promette come ricompensa per il suo valore l’ordine di Calatrava. A queste parole Alvaro ha un sussulto, poi, rimasto solo con l’amico, gli affida una valigetta che racchiude le cose a lui più care e alcune lettere che lo prega di distruggere (“Solenne in quest’ora”). Carlo sospetta che l’amico possa essere Alvaro, ma non vuole mancare al giuramento e leggere le lettere consegnategli (“Urna fatale del mio destino”); tuttavia, aprendo la valigetta scopre un ritratto di Leonora: in un attimo l’amicizia si muta in disprezzo e desiderio di vendetta. Quando il chirurgo comunica che Alvaro è fuori pericolo, Carlo esulta: finalmente, potrà riscattare l’onore dei Vargas (“Egli è salvo”).Quadro secondo. Alvaro è ormai convalescente, ma pur sempre oppresso da un inconsolabile dolore; Carlo lo affronta chiedendogli di battersi. Alvaro dapprima rifiuta e si proclama innocente (“Sleale! Il segreto fu dunque violato?”), appellandosi a Leonora e a suo padre; ma quando Carlo gli rivela che Leonora è ancora viva dà sfogo a tutta la sua gioia, chiedendo all’amico di estinguere ogni odio consentendogli di sposarla (“No, d’un imene il vincolo”). Carlo è però inesorabile: ritroverà la sorella, ma al solo fine di punirla del suo peccato. I due si battono, ma la ronda interviene e li divide; mentre Carlo è trascinato via furibondo, Alvaro decide di chiudersi in un chiostro per tutta la vita. Ormai è giorno fatto. Preziosilla apre la sua baracca a tutti quelli che vogliono conoscere il loro futuro; i soldati cominciano a bere e fanno ressa attorno a Trabucco, che sbarca il lunario facendo il venditore ambulante (“A buon mercato”); alcuni contadini affamati chiedono pane, mentre giungono le reclute, subito attorniate da giovani vivandiere che offrono loro bicchieri di vino. Preziosilla esorta tutti a non avvilirsi e a dimenticare la guerra folleggiando, ma, mentre gli animi si accendono, giunge fra Melitone, del convento della Madonna degli Angeli, che si scandalizza per un tale comportamento (“Toh, toh! Poffare il mondo!”). I soldati vorrebbero conciarlo per le feste, ma Preziosilla interviene, esortandoli a impiegare le loro energie per la vittoria sul nemico e per la gloria (“Rataplan”).

Atto quarto.Quadro primo. Fra Melitone è ritornato al suo convento e distribuisce la minestra ai poveri di Hornachuelos; ma non ha pazienza ed è esortato alla carità dal padre guardiano, che gli ricorda la benevolenza di padre Raffaele, assai amato dalla povera gente. Melitone, nel sentire nominare il nuovo frate da poco giunto nel convento, ha un sussulto: gli è amico, ma è spaventato dal suo aspetto e dal suo contegno; inoltre la sua pelle scura, come quella di un mezzosangue, lo ha spinto a chiedersi se non sia parente del diavolo. Il padre guardiano ricorda a Melitone che padre Raffaele ha sofferto molto nella vita, ma un’energica scampanellata interrompe il loro discorso. Melitone corre ad aprire e si trova di fronte a un cavaliere, nient’altri che Carlo, che chiede imperiosamente di padre Raffaele. Melitone si allontana borbottando e poco dopo appare il frate, che altri non è che Alvaro. Ancora una volta Don Carlo sfida il rivale a un duello all’ultimo sangue; Alvaro rifiuta, invoca il suo amore per Leonora e l’abito che porta (“Invano Alvaro... Le minacce, i fieri accenti”) ma Carlo, irremovibile, fa leva sull’orgoglio del nemico, tacciandolo di vigliaccheria e schiaffeggiandolo. Accecati dall’odio, i due si precipitano al di fuori del convento.Quadro secondo. Leonora, nell’impenetrabile silenzio dell’eremo, non ha trovato la pace nella quale sperava: l’immagine di Alvaro l’ha tormentata rendendo più vivo il dolore di un tempo (“Pace, pace, mio Dio”). Qualcuno batte alla porta, la fanciulla non vorrebbe aprire ma alla fine cede. Davanti a lei è Alvaro, stravolto e sporco di sangue. La sorpresa di rivedere l’uomo amato si muta in orrore nell’apprendere che Carlo è morto; Leonora corre dal fratello. Mentre Alvaro medita amaramente sull’ironia del destino si ode un grido; Carlo ha colpito la sorella a morte. Alvaro impreca e si dispera, ma Leonora gli si rivolge con suprema serenità: c’è una terra promessa nella quale anche il loro amore potrà finalmente esistere. Mentre Alvaro grida tutta la sua amara protesta, il padre guardiano gli si accosta e lo esorta alla fede e alla pietà (“Lieta or poss’io precederti”).

Nonostante l’esito tutt’altro che negativo dell’opera, Verdi stesso non era completamente soddisfatto, soprattutto per il finale che, nel suo progetto originario, conforme al dramma, prevedeva anche il suicidio di Alvaro. Solo dopo il 1867, tuttavia, quando ormai Piave, paralizzato da un colpo apoplettico, era nell’impossibilità di occuparsi del libretto, Verdi ritornò sull’argomento e affidò l’incarico della revisione a Ghislanzoni. La prima rappresentazione italiana, al Teatro alla Scala (27 febbraio 1869), diretta da Angelo Mariani e con Teresa Stolz e Mario Tiberini nei ruoli dei protagonisti, fu uno straordinario successo. Dispiacque però la commistione di tragico e di comico, che apparve una manifestazione di scarsa coerenza sul piano drammatico. Verdi, invece, continuò a difendere l’insolita struttura drammatica dell’opera, che trovava funzionale all’idea di un Destino inesorabile e infallibile, capace pur sempre, in mezzo a tante divagazioni, di guidare le azioni dei personaggi e di condizionarli. Dal punto di vista musicale l’opera segna un’ulteriore maturazione dello stile di Verdi (ancora più evidente nell’edizione del 1869, composta dopo ilDon Carlos), nel quale confluiscono numerose esperienze compositive. Già la versione del 1862 impiegava, nella scena dell’osteria e dell’accampamento, uno stile musicale da commedia (cui Piave amò infondere un linguaggio realistico che, come osserva Luigi Baldacci, era decisamente atipico nella librettistica del tempo) che prelude con decisione alFalstaff; includeva l’episodio della chiesa, che è nella tradizione più tipica delgrand-opéra, e prevedeva episodi come la descrizione della battaglia (atto terzo), risolta con grande raffinatezza orchestrale. Anche una pagina come il duetto tra il padre guardiano e Melitone (che, dopo il paggio Oscar, rappresenta un’altra sorprendente e riuscita concessione al registro ‘comico’ del Verdi maturo) anticipa quello stile chiesastico e modale che troverà un’espressione ancor più compiuta nel duetto Fiesco-Boccanegra, nella versione riveduta delSimon Boccanegradel 1881. Ma l’elemento che maggiormente caratterizza quest’opera sin dalla prima versione è il coro, che qui assume una dimensione cosmica, inedita persino per Verdi, capace di slanci di gioia e di gesti di raccolta religiosità. Sotto questo profilo non c’è dubbio che l’opera abbia costituito un esempio per il Musorgskij delBoris Godunov, poichè entrambi i drammi sono dominati dalla presenza del popolo, visto nella sua complessità ed eterogeneità e che assurge a ruolo di vero e proprio personaggio. La versione del 1869, musicalmente più matura, è superiore alla precedente anche dal punto di vista drammaturgico, poiché Verdi studiò soluzioni che limitavano l’impiego di formule melodrammatiche convenzionali: come nel finale, rasserenato dalla speranza e dal senso della redenzione (forse ispirato, come pensa Budden, dal commosso incontro tra Verdi e Manzoni nel luglio 1868), nel quale il musicista ebbe modo di creare una pagina che esprime con pienezza la spiritualità raccolta e delicata della morte di Leonora. In seguito all’esecuzione diretta da Franco Faccio al Teatro Grande di Brescia (agosto 1872), l’opera cominciò a circolare in Italia e all’estero: dapprima Parigi (Théâtre Italien, 31 ottobre 1876) e in seguito Anversa, per la quale Verdi scrisse una versione apposita (1882), che rimase in repertorio fino al 1931 e che prevedeva alcune modifiche anche sostanziali. Nei primi anni del secolo fu tra le più trascurate opere verdiane della maturità; ma dopo la sua clamorosa ‘riscoperta’ in Germania, da parte di Fritz Busch (Dresda 1926), e in seguito al festival di Glyndebourne (1951), è rientrata stabilmente in repertorio.

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