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 Il signor Bruschino - G. Rossini

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MessaggioTitolo: Il signor Bruschino - G. Rossini   Lun Gen 17, 2011 5:06 pm

Quando il principe Giuseppe Poniatowski, il 10 febbraio 1858, portò a Rossini – nel suo domicilio parigino in rue Chaussée d’Antin – la partitura autografa delSignor Bruschino, divenuta parte della sua collezione privata, l’anziano compositore deve aver sorriso nell’autenticare il manoscritto sulla cui ultima pagina scrisse di suo pugno: «Dichiaro io sottoscritto essere questo mio autografo delBruschinocomposto a Venezia nel 1813. Mi compiaccio inoltre dichiarare essere io Beato che questo Peccato di mia gioventù sia nelle mani del mio Pregevole amico e Padrone Principe G. Poniatowski». Certo l’autoironia del Rossini intento a scrivere iPéchés de viellessenon era un’arma nuova, se fin dalla prima gioventù, all’epoca della composizione delBruschino, apponeva al termine della sinfonia la frase «Dio ti salvi l’anima». Il motivo? Certamente il gesto provocatorio richiesto ai violini secondi di battere con il legno dell’archetto sui paralumi o sottolumi di latta allogati sui leggii o sulle corde, a seconda di come si interpreta la notazione nell’autografo di questa piccola burla. Sta di fatto che evidentemente Rossini prevedeva la reazione di sconcerto che questa trovata avrebbe avuto sulla critica, il che puntualmente avvenne: «Diremo soltanto ch’è incomprensibile come un Maestro s’immagini in una sterilissima Sinfonia (...) d’innestar la battuta delle pianelle de’ lumi dell’orchestra, basso avvilimento, cui rifiutaronsi la prima sera i valentissimi Professori che la compongono». Il cronista del ‘Giornale dipartimentale dell’Adriatico’ non aveva dubbio nell’imputare l’insuccesso della farsa esclusivamente alla qualità della musica. Rivelava sì alcuni appunti al libretto, biasimandone l’artificio e la complicazione, ma rimandava la responsabilità ultima alla fonte originale da cui il libretto era tratto. Questa era una commedia in prosa in cinque atti dal titoloLe Fils par hasard, ou Rose et Foliedi Alissan de Chazet e E.T.M. Ourry, rappresentata a Parigi nel 1809 e forse suggerita a Giuseppe Foppa e all’impresario del San Moisè Antonio Cera dal celebre basso buffo Luigi Raffanelli, primo interprete della farsa nel ruolo di Bruschino padre. Foppa, che aveva un incarico stabile come librettista del Teatro Giustiniani in San Moisè, aveva già collaborato con Rossini fornendogli i libretti dell’Inganno felicee dellaScala di seta; gli avrebbe fornito nel 1814 anche il libretto per ilSigismondo, rappresentato al Teatro La Fenice. Dei cinque atti della commedia francese, Foppa trasse un atto unico riconducibile, attraverso più o meno intricate vicende, a un tema vecchio come il teatro, quello dell’agnizione.

Florville, amante di Sofia, giunge al castello di Gaudenzio, tutore della fanciulla, per trarla in sposa, ma viene a sapere che Gaudenzio l’ha destinata al figlio di un certo signor Bruschino. Florville viene a conoscenza del fatto che il figlio di Bruschino è tenuto sotto chiave in una locanda, in quanto ha contratto debiti per più di 400 franchi. Florville si finge cugino di Bruschino, ne salda il debito a patto che venga tenuto sotto chiave. Si fa dare dal locandiere Filiberto la lettera di presentazione di Bruschino e si sostituisce a lui per sposare Sofia; fa quindi recapitare a Gaudenzio una finta lettera di Bruschino padre, nella quale si chiede che il tutore faccia arrestare il figlio perdigiorno e lo trattenga nella sua abitazione. Florville si fa arrestare volontariamente e recita la parte del pentito di fronte a Gaudenzio. Ma in quella giunge Bruschino padre, furibondo per le malefatte del figlio. Florville continua la finta, ma il padre non riconosce in lui suo figlio. Gaudenzio crede che Bruschino non riconosca il figlio per l’irritazione e lo invita a cedere. Bruschino padre chiede addirittura l’intervento di un delegato di polizia, ma non si viene a capo di nulla. Inoltre Filiberto chiama Florville Bruschino e questo toglie ogni dubbio in realtà adempiere al contratto nuziale. Ma Filiberto reclama il saldo del debito a Bruschino, scoprendo così l’inganno. Bruschino vuole svelare tutto, ma apprende che Florville è figlio di un senatore nemico di Gaudenzio. Riconosce così per vendicarsi Florville e lascia che sposi Sofia. Anche Gaudenzio acconsente, ma improvvisamente fa la sua comparsa il vero Bruschino figlio. Gaudenzio va su tutte le furie quando apprende di aver dato la sua pupilla in sposa al suo maggior nemico, ma ormai è troppo tardi e al tutore non resta il perdono.

Tra inganni, intrighi e astuzie nella migliore tradizione della farsa veneziana, la partitura delBruschino, a dispetto della sua pessima fortuna, rivela una fattura estremamente accurata: funziona come una perfetta macchina teatrale. La condotta vocale e la strumentazione delle arie e degli insiemi è di grande perizia: si veda la cavatina di Gaudenzio (“Nel teatro del gran mondo”), o il terzetto (“Per un figlio già pentito”), o il finale, con il gioco onomatopeico della ripetizione delle ultime sillabe «son pentito, -tito, -tito», o ancora l’aria di Sofia (“Ah donate il caro sposo”), impreziosita dall’uso del corno inglese in funzione concertante. La musica è improntata a una gioiosa leggerezza, che trascina l’esile ordito drammaturgico senza una battuta d’arresto verso il vorticoso finale “Ebben, ragion, dovere”.

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