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 Il turco in Italia - G. Rossini

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MessaggioTitolo: Il turco in Italia - G. Rossini   Lun Gen 17, 2011 5:05 pm

Storia strana, quella delTurco in Italia. Una fra le più raffinate e innovative opere buffe mai composte ebbe, anzitutto, un esordio decisamente infausto; una delle cause principali sembra sia stata la diceria che Rossini avesse voluto, in un certo senso, prendere in giro il pubblico milanese, offrendogli una sorta di parafrasi, a ruoli invertiti, dell’Italiana in Algeri, presentata a Milano l’anno prima, al Teatro Re (in realtà, non solo fra le due opere non vi è una sola nota in comune, ma Il Turco in Italia è un’opera composta interamente ex novo). D’altra parte, va considerato anche il meccanismo drammaturgico del tutto inedito messo in atto da Rossini e dall’allora ventiquattrenne Felice Romani, che aveva debuttato come autore di libretti soltanto un anno prima: l’idea di porre in scena un poeta (leggi: librettista) che cerca nella vita reale i personaggi per il suo dramma buffo; una novità assoluta, di straordinaria modernità – qualche commentatore moderno l’ha accostata addirittura a certe soluzioni pirandelliane – ma certo di non immediata comprensibilità per un pubblico abituato al comique absolu di opere come L’Italiana in Algeri. La sorte non proprio fortunata del Turco è proseguita per oltre un secolo; sebbene negli anni successivi alla prima rappresentazione, sull’onda degli stupefacenti successi che Rossini mieteva in tutta Europa, anche il Turco ricevesse accoglienze migliori rispetto al debutto, in seguito quest’opera non venne mai considerata all’altezza delle sue sorelle maggiori, la già citata Italiana, nonché Il barbiere di Siviglia e La Cenerentola. Si dovette giungere agli anni Cinquanta del nostro secolo per vedere il Turco risorgere, ed entrare definitivamente nel repertorio teatrale, grazie a Gianandrea Gavazzeni prima e quindi a Vittorio Gui, ma soprattutto alla sensazionale Fiorilla che Maria Callas portò prima sulle scene e poi in disco.

Atto primo. Siamo nei pressi di Napoli, ove il poeta Prosdocimo, in cerca di un buon soggetto, si imbatte in un gruppo di zingari. La zingara Zaida, dopo aver letto la mano a Geronio, che vuole sapere quando la sua capricciosa moglie Fiorilla metterà finalmente giudizio (“Vado in traccia di una zingara”), narra a Prosdocimo come sia stata costretta a fuggire dall’amato principe Selim a causa della gelosia delle sue compagne. Prosdocimo la informa dell’imminente arrivo di un principe turco, che potrebbe forse intercedere per lei. Mentre entra in scena Fiorilla, che passeggia con un gruppo di amiche, giunge il principe (“Cara Italia, alfin ti miro”); colpito dalla bellezza di Fiorilla, comincia subito a corteggiarla. Prosdocimo incontra Narciso, cavalier servente di Fiorilla, che teme pure lui il carattere incostante della giovane, e quindi un indignato Geronio, che gli comunica che Fiorilla ha invitato il principe – che altri non è se non quel Selim amato da Zaida – a prendere il caffè in casa sua. Prosdocimo è soddisfatto per i possibili sviluppi del suo dramma. La seconda scena del primo atto si svolge appunto in casa di Geronio: Fiorilla civetta con Selim (“Siete turchi: non vi credo”) quando arriva Geronio, che viene costretto a baciare la veste del principe in segno di omaggio, subendo poi per questo anche i rimbrotti di Narciso (“Io stupisco, mi sorprendo”). Selim, prima di lasciare la casa, dà appuntamento a Fiorilla in riva al mare per quella sera stessa. Geronio, dopo aver narrato gli ultimi avvenimenti a un sempre più entusiasta Prosdocimo, ha un duro scontro con la moglie, che proclama orgogliosamente la sua libertà di prendersi tutti gli amanti che vuole (“Per piacere alla signora”). La scena si sposta quindi in riva al mare, ove Selim, che attende Fiorilla, incontra Zaida: i due si riconoscono e si abbracciano, quando giunge Fiorilla, seguita di nascosto da Narciso e Geronio; la giovane immediatamente si scontra con Zaida, mentre gli uomini tentano invano di fare da pacieri e Prosdocimo se la ride.

Atto secondo. Il secondo atto si apre all’interno di una locanda, ove Geronio apprende dal poeta che proprio lì sua moglie deve incontrare Selim. Il principe, sopraggiunto, propone a Geronio di vendergli la moglie, secondo le usanze del suo paese (“D’un bell’uso di Turchia”); al netto rifiuto seguono minacce reciproche. Partito Geronio, tocca a Fiorilla e Zaida scontrarsi con Selim, l’una offesa e l’altra addolorata per le incertezze sentimentali del principe. Prosdocimo, che è venuto a sapere che Selim intende rapire Fiorilla durante una festa mascherata, avvisa Zaida, suggerendole di presentarsi alla festa travestita da Fiorilla; consiglia poi anche Geronio di partecipare alla festa, in costume da gorilla, per sorvegliare la moglie e impedirne il rapimento. Narciso, che ha udito tutto, decide di travestirsi a sua volta da turco, per portare via con sé Fiorilla. Tutti questi travestimenti creano una serie infinita di equivoci durante la festa: Geronio, che vede due turchi e due Fiorille (“Oh guardate che accidente”), reclama a gran voce la moglie e fa la figura del pazzo; Fiorilla fugge poi con Narciso e Zaida con Selim. Tornato alla locanda, Prosdocimo, che ha appreso dallo stesso Selim della sua definitiva riconciliazione con Zaida, suggerisce allo sconsolato Geronio di dare una lezione alla moglie fingendo un divorzio. Fiorilla riceve quindi una lettera di ripudio dal marito, che le impone di tornare a Sorrento dalla sua famiglia; prepara quindi le sue cose e, addolorata, abbandona la casa (“Squallida veste bruna”). Tutto è pronto per il finale lieto: ed è come sempre Prosdocimo, che ha ormai tutti gli elementi per il suo dramma buffo, a fungere da motore degli avvenimenti. Narra il sincero pentimento di Fiorilla a Geronio, che dal canto suo non vedeva l’ora di riabbracciarla e di accoglierla di nuovo con sé; la coppia riconciliata saluta Selim e Zaida, che si imbarcano per far ritorno alla loro terra.

Il Turco in Italiaconteneva probabilmente troppe novità per i suoi tempi: lasciandosi alle spalle la comicità ossessiva, per quanto efficacissima, dell’Italiana in Algeri, Rossini imboccò decisamente la strada della raffinata commedia di costume. Questo genere di drammaturgia non era però fatto per incontrare i favori del pubblico dell’epoca, come dimostra,mutatis mutandis, lo scarso successo che in quegli stessi anni veniva decretato alle ‘prime’ milanesi delleNozze di Figaroe diCosì fan tutte. Era in un certo senso prevedibile che un pubblico aggiornato potesse meglio apprezzare la rappresentazione musicale della capricciosa Fiorilla o del bonario Geronio, e soprattutto quella straordinaria invenzione drammaturgica che è Prosdocimo,deus ex machinadell’intera vicenda, al quale non a caso Romani e Rossini – la collaborazione tra i due fu certo strettissima – non affidano alcuna aria. Se a questo si aggiungono la stupefacente maestria di un Rossini appena ventiduenne nella definizione formale e nel trattamento di voci e strumenti, il quadro si definisce in tutti i suoi particolari: ilTurcoè un’opera di altissimo valore, il cui unico difetto è forse quello di aver dovuto reggere il confronto con ilBarbieree laCenerentola.

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