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 Francesca da Rimini - R. Zandonai

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MessaggioTitolo: Francesca da Rimini - R. Zandonai   Lun Gen 17, 2011 5:01 pm

La tragedia dannunziana, di notevole intensità drammatica (sia pure solitamente indulgente al dettaglio, poco prestantesi a esser musicato), molto deve per l’efficacia del libretto all’apporto di Tito Ricordi; che presta opportunità alla partitura più nota di Zandonai di svolgersi con pari, se non ancor più colorato andamento.

Atto primo. A Ravenna, in casa dei da Polenta. Francesca da Polenta, figlia del signore della città, Guido, sta per sposare Gianciotto Malatesta, giovane sciancato: lei crede, ingannata, che lo sposo sia in realtà il fratello di Gianciotto, il bel Paolo, che vede palpitando. La sorella di Francesca, Samaritana, è colta da un fosco presagio e le chiede di rinunciare al matrimonio; ma Francesca è salda nel convincimento.

Atto secondo. Durante la guerra che oppone a Rimini i Malatesta e i Parcitadi. Paolo si fa onore, con accanto, sulla torre, Francesca, che lo rimprovera per l’inganno subito col matrimonio. Ella lo crede ferito e lo accarezza, gli prende la testa fra le mani. Arriva Gianciotto, non parco di lodi per il valore del fratello Paolo. Brindano. Paolo e Francesca si guardano con intensi sensi. Arriva il terzo fratello, Malatestino, ferito. La lotta riprende furiosa.

Atto terzo. Francesca legge storie d’amore e ascolta musica. Entra Paolo, reduce da un lungo viaggio. Le mostra amore, ella quasi gli cede. Leggono di Lancillotto, come amor lo strinse. Soli e senza alcun sospetto, quando leggono il disiato riso di Ginevra esser baciato da cotanto amante, Lancillotto, non leggono più e Paolo, tutto tremante, bacia Francesca. Libro galeotto.

Atto quarto. Il terzo fratello, Malatestino, è innamorato pure lui di Francesca. Ella si rifiuta. Si ode il grido di un carcerato, e Malatestino, crudele, a spada sguainata va a far cessare quel lamento, mentre Francesca si lamenta con il marito Gianciotto delle profferte di Malatestino. Credendo forse Francesca Salome, Malatestino rientra con la testa mozza del carcerato che gridava. Francesca, che non è Salome, fugge in preda all’orrore. Quando Gianciotto lo rimprovera, Malatestino non ce la fa più e rivela quel che sa di Paolo e Francesca. Gianciotto, con un inganno, scopre tutto. Sorprende i due abbracciati e li consegna all’eternità.

Allo ‘sfrondamento’ di Ricordi d’Annunzio diede inatteso, per immediatezza,placet, restando disponibile a successivi mutamenti (manifestatagli da Zandonai la difficoltà a musicare i ragionamenti di Dante e di altri poeti in scena, d’Annunzio sostituì la scena con «Nemica ebbi la luce / amica ebbi la notte», con ulteriore contributo alla riuscita melodrammatica): forse a questo, però, alla maggior efficacia scenica del libretto rispetto alla tragedia si deve un successivo freddo atteggiamento del poeta, che vide oscurata la fama della propria opera teatrale dalla riuscita di Zandonai (voce vuole cha mai il Vate sia andato ad ascoltare e vedere questa sua strana creatura della cui paternità, probabilmente, non era più sicuro). Se in Zandonai scompare la fiorentinità dugentesca di d’Annunzio, permane un clima che riduce l’affresco storico a una miniatura erotica ed eroica, fra amore e guerra. Generalmente si osserva una ricchezza timbrica che sottolinea gli snodi psicologici del dramma, tra stilizzazione di figure e persuasione di verità umana. La strumentazione è celebre e anzi proverbiale: vivida, ricchissima di armonici: italiana nonostante la ricchezza della pagina scritta e musicata, che si lascia alle spalle gli effetti facili del verismo peggiore, deteriore e scadente, che su simili storie di passione aveva costruito commenti tonitruanti. Qui siamo invece alla messa in evidenza dei tesori del testo e anche a un impianto che dà maggior potenza al dramma già leggendario, che aveva avuto precedenti nelle musiche di scena dello Scontrino (1901) e nell’opera del Mancinelli (Paolo e Francesca, Bologna 1907). Ricchissima di echi di esperienze recenti, da Richard Strauss a Debussy, la pagina di Zandonai tiene presente il magistero wagneriano: mai si parlerà, tuttavia, di eclettismo, quanto del ‘rimpasto’ della cultura allora di punta nell’Europa musicale secondo una personalità tra le più originali del melodramma italiano del Novecento. Allievo di Mascagni, Zandonai non dimentica mai le esperienze più raffinate del maestro, traIriseParisina(quest’ultima anch’essa da d’Annunzio, tragedia della quale il maestro livornese si era vantato di aver musicato «anche le virgole»), come molte tracce si rilevano da quel Puccini curioso della sperimentazione che la critica e le esecuzioni più avvertite non hanno mancato di mostrare. Che Zandonai e la suaFrancescafossero fatti di una pasta musicale non propria alla scena del melodramma italiano (così, anche, sinfonici che sono) è uno di quei luoghi comuni che il tempo si sta incaricando di svelare in tutta la sua inconsistenza, a partire dal momento in cui il melodramma è diventato, nella percezione, musica colta o musica e basta, non più soffocata dai provincialismi all’incontrario, di quelli adusi a martirizzare se stessi.
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