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 Mitridate - W. A. Mozart

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MessaggioTitolo: Mitridate - W. A. Mozart   Lun Gen 17, 2011 4:59 pm

L’occasione per comporre la sua prima opera seria (e dunque la prima di notevole impegno) venne a Mozart dal Regio Ducal Teatro di Milano, in seguito ai contatti che il compositore, accompagnato dal padre, ebbe nel febbraio 1770 con una serie di influenti personaggi, tra cui il conte Firmian e Giovanni Battista Sammartini. Il quattordicenne salisburghese iniziò la partitura a Bologna il 29 settembre 1770, per concluderla a Milano in tempo perché venisse allestita per l’inaugurazione della stagione di carnevale, il 26 dicembre dello stesso anno. Il libretto, scritto originariamente da Vittorio Amedeo Cigna-Santi per la musica di Quirino Gasparini (al Regio di Torino, nel 1767: per l’opera mozartiana venne nuovamente scritturato proprio ilcastdi quell’allestimento), era stato tratto con inappuntabile abilità e competenza, in base ai canoni del melodramma metastasiano, dalla tragediaMithridate(1673) di Racine, disponibile attraverso la traduzione italiana di Giuseppe Parini. L’opera ottenne, come scrisse lo stesso Parini su ‘La Gazzetta di Milano’, un caloroso successo, sancito da venti repliche.

Atto primo. Nella città di Ninfea il governatore Arbate accoglie uno dei due figli di Mitridate, Sifare. Questi è irritato dalla presenza in città di suo fratello Farnace, suo avversario politico e rivale per l’amore di Aspasia, già promessa sposa di Mitridate. Arbate si dichiara fedele a Sifare, che viene intanto raggiunto da Aspasia. La ragazza lo prega di proteggerla da Farnace. Il principe le risponde dichiarandole il suo amore, ma si dice pronto anche a rinunciarvi se sarà necessario. Nel tempio di Venere, Farnace tenta di sedurre Aspasia, ma accorre prontamente il fratello. A sventare l’imminente duello giunge Arbate con la notizia del ritorno di Mitridate dalla guerra. L’evento getta tutti nello scompiglio: solo Farnace mantiene la calma e decide di affidare al nemico esercito romano le sue fortune, nella persona del tribuno Marzio. Mitridate, tornato sconfitto in patria, offre la principessa Ismene in sposa a Farnace, del cui tradimento viene informato da Arbate. Il figlio fedifrago va dunque punito.

Atto secondo. Ismene, rifiutata da Farnace, decide di vendicarsi. Mitridate le propone come marito Sifare, mentre interpreta la titubanza di Aspasia a sposarlo come segno di infedeltà. Sifare e Aspasia si confessano reciproco amore. All’accampamento militare, Farnace, arrestato come traditore, accusa il fratello di amare Aspasia. Mitridate tende allora un tranello alla donna, che viene portata a confessare il suo segreto amore. Di fronte ai propositi di vendetta del re, i due amanti si dichiarano pronti ad affrontare la morte.

Atto terzo. Mitridate, ancora furibondo, viene affrontato dalle due infelici donne che cercano invano di riportarlo alla ragione. Mentre una flotta romana vincitrice è già approdata al porto, Aspasia decide di ottenere con la morte la pace sperata: liberato da Ismene, Sifare fa appena in tempo a sottrarle la tazza con il veleno e offre al padre di combattere al suo fianco per riscattarsi con una morte gloriosa. Mitridate, ferito gravemente nel combattimento, decide di togliersi la vita. Prima di morire affida Aspasia a Sifare, perdonandoli entrambi; quindi abbraccia anche Farnace, che nel frattempo ha dimostrato la sua rinnovata fedeltà alla patria appiccando il fuoco alla flotta nemica e rinunciando così anche al trono promessogli dai Romani. Un coro inneggiante alla libertà conclude l’opera.

Al centro della vicenda è il conflitto tra Mitridate e i suoi due figli per la mano di Aspasia, conflitto risolto con l’irrealistica conciliazione dei due fratelli e la ‘redenzione’ finale del crudele tiranno. La musica del giovane Mozart conferisce insolita intensità emotiva alla rappresentazione degli affetti tipici dell’opera seria (l’ira del re, la disperazione delle vittime, l’infelicità degli amanti). L’energia e la violenza che il compositore profonde in questi momenti è esaltata dall’impiego frequentissimo del recitativo accompagnato (per ben sette volte), voce dell’inquietudine perenne dei personaggi, che si risolve in arie di varia struttura: incalzanti e convulse, come quella di Aspasia “Nel sen mi palpita”, o ambigue e tormentate nella loro stesura, come l’aria di sortita di Mitridate “Se di lauri il crine adorno”, passata attraverso almeno quattro rielaborazioni successive. Un ben diverso clima di serenità estatica è riscontrabile nelle arie del secondo atto degli amanti Sifare (l’ampia “Lungi da te mio bene”, con un’evocativa parte di corno obbligato) e Aspasia (“Nel grave tormento”); a quest’ultima spetta anche la topica, drammatica cavatina “Pallid’ombre” nella scena del veleno, mentre l’orchestra riceve il debito tributo in pagine importanti, come l’elaborata marcia che accompagna lo sbarco di Mitridate nel primo atto.

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