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 Il barbiere di Siviglia - G. Paisiello

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MessaggioTitolo: Il barbiere di Siviglia - G. Paisiello   Lun Gen 17, 2011 4:30 pm

Scritta durante il lungo soggiorno alla corte di Caterina II, l’opera riscosse un successo straordinario, testimoniato dalla fama che la circondava ancora intatta alla morte del compositore (l’anno delBarbiererossiniano, fortemente avversato proprio da chi lo considerava un attentato ‘sacrilego’ alla memoria di Paisiello). La riduttiva trasposizione librettistica – probabilmente a opera di Giuseppe Petrosellini – della commedia di Beaumarchais, rappresentata con successo a Pietroburgo pochi anni prima, determinò il successo internazionale del soggetto: il secondo testo della trilogia francese attirò infatti l’attenzione di Mozart, che lo propose a Da Ponte perLe nozze di Figaro(1786). Interpretata alla ‘prima’ da uncastdi tutto rispetto (per la parte di Almaviva era stato chiamato direttamente da Esterháza Guglielmo Jermolli), rappresentata in tutta Europa, in scena a Vienna in due lingue e in cinque teatri diversi, parodiata e tradotta, ridotta in tre atti da Giambattista Lorenzi per Napoli nel 1787 (con nuovi pezzi scritti da Paisiello), l’opera portò alle stelle la già consistente popolarità del compositore.

Atto primo. In una strada di Siviglia, il conte d’Almaviva attende impaziente di scorgere alla finestra Rosina, la ragazza di cui si è innamorato e che è gelosamente custodita (quasi imprigionata) nella casa del suo tutore Bartolo. Sopraggiunge, componendo una canzone alla chitarra, Figaro, vecchia conoscenza del conte, che prende a narrare al suo ex padrone i viaggi e le peripezie della propria vita di espedienti; quand’ecco aprirsi la finestra di Bartolo e apparire la ragazza, felice per un attimo di poter respirare un po’ d’aria di libertà (“Lode al ciel, che alfine aperse”). Scoperta dal tutore, Rosina lascia cadere per strada la lettera che teneva in mano: prontamente raccolta dal conte con un balzo, il povero Bartolo si affanna a cercarla goffamente, prima di ordinare alla ragazza di rientrare in casa. A finestra chiusa il conte può leggere il messaggio di Rosina, che gli chiede di farsi riconoscere con una canzone, eludendo così la sorveglianza del tutore. Figaro intanto gli rivela che la ragazza non è la moglie, ma solo la pupilla di Bartolo, e imbastisce un piano d’azione: il conte potrà entrare in casa travestito da soldato e fingendosi ubriaco. Appreso da una battuta di Bartolo del suo progetto di sposare Rosina il giorno dopo, il conte decide di dichiararsi subito alla ragazza, pur sotto il finto nome di Lindoro, cantando una canzone alla chitarra (“Saper bramate”). Si accorda quindi con Figaro: lo aiuterà, venendone ben ricompensato.

Atto secondo. Figaro fa visita a Rosina per rivelarle l’amore del suo ‘parente’ Lindoro, per il quale la ragazza ha pronta una lettera. Al suo ritorno Bartolo cerca di carpire notizie sulla visita appena avvenuta, ma non riesce a cavar nulla dalla conversazione demenziale con i suoi due servi, che Figaro ha opportunamente neutralizzato usando sonnifero e polvere per starnutire (terzetto “Ma dov’eri tu, stordito”). A preoccupare ulteriormente Bartolo giunge l’amico Don Basilio, con la notizia che il conte, già noto a Madrid per la sua passione per Rosina, è arrivato a Siviglia; l’unico modo per fermare i piani di un uomo così potente, suggerisce Don Basilio, è rovinarne la reputazione (“La calunnia, mio signore”). Figaro torna da Rosina, per avvertirla dei progetti di Bartolo su di lei; questi intanto ha scoperto le prove inequivocabili della lettera scritta dalla ragazza e, furibondo, minaccia di non farla uscire più di casa (“Veramente ho torto, è vero”). Alla fine arriva il conte, travestito da soldato, annunciando a Bartolo l’ordine di alloggiarlo a casa sua, nonostante le reiterate proteste del tutore. Nella confusione provocata da una finta battaglia ‘Lindoro’ riesce a passare una lettera a Rosina; a nulla valgono i tentativi di Bartolo di conoscerne il contenuto: ingannato da uno scambio di biglietti, il tutore deve chiederle scusa, mentre la ragazza lamenta l’angoscia della sua prigionia (“Giusto ciel, che conoscete”).

Atto terzo. Bartolo riceve un’altra importuna visita dal conte, questa volta nei panni di un maestro di musica allievo di Don Basilio, momentaneamente ammalato (“Oh che umor! Ohimé che umore!”). Di fronte ai dubbi di Bartolo, l’impostore lo distrae mostrandogli la lettera di Rosina per il conte: viene così accettato come maestro e può dar lezione di canto alla ragazza (“Già riede primavera”). Quando, grazie all’arrivo di Figaro, i due amanti possono parlarsi finalmente in pace, giunge Don Basilio a rovinare tutto. Dopo molto discutere, e con una buona borsa di denaro, i tre complici riescono a sbarazzarsene, e Figaro pensa di distrarre Bartolo facendogli la barba: invano, visto che il medico riuscirà ugualmente a scoprire, dietro al finto maestro di musica, l’amante di Rosina (quintetto “Don Basilio!”).

Atto quarto. Al termine di un temporale, Bartolo rivela a Rosina di essere in possesso della sua lettera d’amore: è chiaro che il maestro di musica era un emissario del conte, alle cui voglie il suo amante Lindoro l’avrebbe ceduta. La ragazza, sconvolta da questa ricostruzione dei fatti, decide di sposare per disperazione Bartolo. Quando, rimasta sola, viene raggiunta da Figaro e dal conte, pronti a farla fuggire dalla finestra, li apostrofa duramente, ma scopre subito con gioia chi è veramente il suo amato (duetto “Cara, sei tu il mio bene”). La scala appoggiata alla finestra è stata però rubata e i nostri sono intrappolati in casa. Nessuna paura: all’arrivo del notaio e di Don Basilio, mandati da Bartolo per celebrare il suo matrimonio, un’altra bustarella riuscirà a corrompere l’avido maestro di musica, perché testimoni alle nozze tra il conte e Rosina. Messo davanti al fatto compiuto, Bartolo non potrà che sottoscrivere l’avvenuto matrimonio.

La partitura contiene una serie di brani di grande bellezza: tra le molte arie spiccano quelle di Rosina, al cui carattere sentimentale di fanciulla nobile e infelice fa eco costantemente il timbro caldo dei fiati, sia nella sua cavatina di presentazione (“Lode al ciel”), in cui il flauto risponde al composto lamento nei toni dell’elegia, sia nella grandiosa “Già riede primavera”, quando clarinetto e fagotto sono chiamati a esprimere ora l’idillio, ora l’afflizione. Caratteristiche sono anche le arie degli altri protagonisti, come la serenata con mandolino del conte (“Saper bramate”), l’aria di Bartolo, con i suoi incisi melodico-ritmici buffi, o quella della calunnia, dall’efficace concitazione orchestrale che già prefigura Rossini. Notevoli anche i brani d’insieme, tra cui il frenetico duetto Bartolo-Rosina, che si snoda inaspettato dalla cavatina della ragazza, il quintetto “Don Basilio!”, in cui la grandiosità della forma non ha nulla da invidiare a Mozart, e il terzetto “Ma dov’eri tu, stordito”, che integra lo sbadiglio e lo starnuto nel tessuto musicale con effetti comici dirompenti, tanto che neppure Rossini tenterà di rivaleggiare con questo celebre pezzo.

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