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 Parisina - P. Mascagni

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Leonora
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MessaggioTitolo: Parisina - P. Mascagni   Lun Gen 17, 2011 4:29 pm

Parisinafu scritta nel 1902, subito dopoFrancesca da Rimini, di cui ripropone meno felicemente motivi e situazioni, come secondo episodio del ciclo deiMalatesta. Il soggetto, ideato specificamente per il teatro in musica, venne dapprima rifiutato da Franchetti e da Puccini e venne in seguito preso in considerazione dall’editore Lorenzo Sonzogno nel 1911, dopo la prima rappresentazione delMartyre de Saint Sebastiena Parigi. Questi, sfumata l’eventualità di rinnovare la collaborazione con Debussy, propose a D’Annunzio di sottoporre il testo a Mascagni, verso il quale il poeta non aveva in passato risparmiato critiche anche feroci. D’Annunzio acconsentì a condizione che nulla fosse mutato senza la sua approvazione. Mascagni, pur consapevole delle difficoltà, rimase affascinato dal soggetto, lo accettò e si incontrò con D’Annunzio il 2 maggio 1912. La stesura dell’opera venne portata a termine a Castel Fleury, Bellevue, nei dintorni di Parigi, dove il poeta peraltro si recava spesso, nei primi di dicembre (Mascagni preciserà di averla compiuta in 134 giorni); la strumentazione, iniziata solo nel maggio 1913, venne conclusa in novembre. Nonostante l’eccessiva lunghezza, che Mascagni aveva cercato sin dall’inizio di contenere omettendo 330 dei 1400 versi complessivi del poema e tagliando il preludio al quarto atto, l’opera fu accolta favorevolmente alla ‘prima’. Tuttavia, poiché la prolissità della partitura era in ogni modo il dato più rilevante, e si temeva che potesse ostacolare la fortuna dell’opera, il musicista, d’accordo con D’Annunzio, accettò la soppressione dell’intero quarto atto, del postludio al secondo atto e del preludio al terzo. Intervenne ancora riducendo la scena di Ugo con la madre nel primo atto, lo sviluppo dei canti sacri e parte del dialogo di Parisina con la Verde nel secondo, la scena dell’usignolo nel terzo. Fin dalla seconda rappresentazione, l’opera fu presentata in questa versione.

Atto primo. Presso la villa estense sull’isola del Po. Nicolò d’Este lascia la sua amante Stella dell’Assassino, dalla quale ha avuto un figlio, Ugo, per legarsi a Parisina. Stella, che odia la rivale, cerca in tutti i modi di alimentare questo sentimento nel figlio che, pur amando la madre, non può sottrarsi alla passione per Parisina.

Atto secondo. La Santa casa di Loreto. Dopo avere respinto i predoni di Schiavonia, Ugo incontra Parisina che, non riuscendo a resistere alle sue profferte, gli si concede.

Atto terzo. La camera a Ursi in Belfiore. I due amanti vivono segretamente la loro relazione ormai da un anno, ma Parisina è inquieta: sente di rivivere la sfortunata vicenda di Francesca da Rimini, e teme una delazione. Infatti, una notte, Nicolò, giunto improvvisamente, sorprende i due amanti e li condanna entrambi a morte.

Atto quarto. La torre del Leone. Mentre Ugo e Parisina, imprigionati, attendono la fine, giunge Stella; ma Ugo non l’ode più. Avvinti dal fuoco della loro passione e dallo spirito del sacrificio, i due amanti offriranno il capo al carnefice, che potrà ucciderne solo i corpi.

Culmine di un’esperienza teatrale continuamente volta al nuovo e all’inconsueto,Parisinarisponde all’esigenza di Mascagni di un’interpretazione più spiritualistica della vita. Dopo l’esperienza diIsabeau, ancora a metà tra realismo e simbolismo, il teatro di D’Annunzio apparve al musicista psicologicamente più complesso e con personaggi più vari e meno astratti. Mascagni affermò di aver voluto realizzare un’intesa totale con il testo poetico, «penetrandone lo spirito», ma non «imponendo ai cantanti un eterno recitativo, mentre tutto l’interesse musicale si concentra nel discorso sinfonico che l’orchestra va svolgendo per conto suo». Al contrario, riallacciandosi alla lezione del Wagner deiMeistersinger, il musicista conferì al canto «una linea musicale e possibilmente assai melodica, pur conservando alle parole del testo il loro carattere, la loro più alta potenza espressiva». In questo modo Mascagni si spinse fino a rinunciare alle tradizionali romanze, mantenendo alta la tensione del canto attraverso le continue modulazioni ed evitando la risoluzione degli accordi dissonanti. Tuttavia queste soluzioni non coinvolgono in genere la linea melodica, che resta elegante e cantabile. Analogamente a quelle diIriseGuglielmo Ratcliff, l’orchestrazione è eccellente; particolarmente originale per importanza e varietà è l’impiego del coro (come nell’atto nella Santa casa di Loreto, nel quale si alternano cori sacri e di carattere marinaresco). Inconsueto e di grande suggestione è poi l’impiego di idiomi e stilemi musicali dalle origini più varie, come nella scena d’amore tra i protagonisti presso il santuario, avvolta in una cornice di canto gregoriano e di musica strumentale che richiama il modello di Giovanni Gabrieli. In genere, tuttavia, il modello linguistico prevalente si riallaccia a Debussy e soprattutto a Richard Strauss. A quest’ultimo, Mascagni ricorse probabilmente in modo deliberato per rappresentare l’indole di Ugo e Parisina, animati anch’essi da quelle «passioni stravolte o perverse raffigurate da Wilde e Hofmannsthal inSalomeedElektra» (Orselli).

I limiti principali diParisinaderivano soprattutto dall’atteggiamento passivo di Mascagni nei confronti del testo di D’Annunzio, e dalla sua incapacità di cogliere le concessioni fattegli dal poeta. Accettando passivamente il libretto, il musicista fu inizialmente portato a un’eccessiva uniformità di stile e a un’innegabile ampiezza della partitura, che cercò in un secondo momento di limitare, operando tagli ma con il solo risultato di snaturare e privare di efficacia il dramma. Infatti il libretto diParisina, se offre poco dal punto di vista delle formule melodrammatiche tradizionali, è al contrario «un dramma di situazioni risolte e pertanto travolte e sublimate in un moto ondoso di musicalità che già si avverte alla lettura del testo letterario» (Baldacci). La presenza di numerose pagine sinfoniche era quindi necessaria, addirittura prevista, e venne accolta di buon grado da D’Annunzio. Eliminando il postludio del secondo atto e il preludio del terzo per ragioni di brevità, Mascagni mostrò più considerazione per il poeta che per se stesso, e finì per compromettere il risultato finale. La fortuna dell’opera fu modesta: dopo le rappresentazioni a Buenos Aires e a San Paolo del Brasile (1914), e quella di due anni dopo al Politeama di Genova,Parisinafu temporaneamente ignorata a causa della guerra. In seguito D’Annunzio fece recitare la tragedia al Teatro Argentina (1921); ciò fu causa di un temporaneo dissidio tra i due artisti, che ebbe come conseguenza un ulteriore differimento di una nuova rappresentazione. Solo nel 1938, alcuni mesi dopo la morte del poeta, l’Eiar incaricò Mascagni di dirigerne una versione in quattro atti, ma con tagli e modifiche. La ripresa più rilevante nel secondo dopoguerra (anch’essa in quattro atti), si deve a Gianandrea Gavazzeni, che diresse l’opera a Livorno nel settembre 1952.

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