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 L'elisir d'amore - G. Donizetti

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MessaggioTitolo: L'elisir d'amore - G. Donizetti   Dom Gen 16, 2011 10:08 pm

«La Gazzetta giudica dell’Elisire dice troppo bene, troppo, credete a me, troppo!» scriveva Donizetti al proprio maestro Giovanni Simone Mayr all’indomani della prima rappresentazione dell’Elisir d’amore. L’unanime successo che accompagnò il battesimo dell’opera in una città, Milano, che lo aveva spesso trattato con una certa diffidenza, stupì lo stesso Donizetti. Infatti dal 1822, data del debutto del bergamasco nella capitale lombarda conChiara e Serafinaal Teatro alla Scala, l’accoglienza riservata alle sue opere fu nella maggior parte dei casi assai tiepida, fatta eccezione per due titoli comici,L’ajo nell’imbarazzoeOlivo e Pasquale. Il melodramma di Donizetti non riusciva insomma a far presa in uno scenario quasi interamente occupato dalle opere di Rossini. Vero è che la concorrenza era, almeno dal punto di vista quantitativo, sleale: alla Scala, nella sola stagione 1824-25, le opere di Rossini in cartellone erano sei: praticamente una stagione monografica. Una prima occasione di riscatto si presentò per Donizetti nel 1830, quando fu chiamato a comporre un’opera seria per una serata importante, quale l’apertura della stagione del Teatro Carcano, gestito da alcuni nobili in concorrenza con l’impresa del Teatro alla Scala. Nella stessa stagione compariva in cartellone anche il nome di Vincenzo Bellini. In una sorta di agone a distanza, Donizetti trionfò il 26 dicembre 1830 conAnna Bolena, Bellini, pochi mesi dopo, conSonnambula(6 marzo 1831). Sulla scorta di questo successo, turbato peraltro dalle cattive critiche di alcuni giornali vicini al ‘partito belliniano’, la Scala scritturò Donizetti per un’altra opera,Ugo conte di Parigi, che andò in scena nel marzo del 1832 con scarso riscontro da parte di pubblico e critica. Durante questo soggiorno del compositore a Milano, l’impresario Alessandro Lanari, che aveva in appalto la stagione del Teatro della Canobbiana, volle incontrare Donizetti per proporgli di comporre un’opera comica per quella stessa stagione. Il libretto sarebbe stato scritto da Felice Romani, il librettista più famoso del tempo, con il quale Donizetti aveva già collaborato perChiara e Serafina, Alina regina di Golconda, Anna Bolena, Ugo conte di Parigi. Non essendovi tempo sufficiente alla stesura di un nuovo libretto, Romani tradusse quasi alla lettera (dichiarandolo nella prefazione) un libretto del collega francese Eugène Scribe dal titoloLe philtre, giungendo a un risultato molto superiore all’originale e tale che il libretto diElisirviene generalmente considerato il miglior esito comico di Romani. La fretta certo non fece arretrare Donizetti che, abituato a comporre con notevole celerità, portò a termine la partitura in un lasso di tempo probabilmente superiore ai quindici giorni tradizionalmente attribuiti alla composizione dell’opera. L’Elisirandò in scena il 12 maggio con un successo clamoroso che sancì, a poco più di un anno di distanza dal trionfo dellaBolena, la definitiva conquista di Milano.

Il fatto che una delle prime affermazioni di Donizetti a Milano sia avvenuta proprio conElisirnon stupisce chi valuta quest’opera all’interno della sua produzione, in quanto essa segna la messa a punto di una cifra compositiva nel trattamento dello stile comico: e non è poco. Si pensi a quanto autorevole e ingombrante dovette essere per i contemporanei il modello rossiniano, e quanto difficile affrancarsene. Se tale modello informa gran parte delle opere comiche precedentiElisir, a partire da questo titolo Donizetti trova una propria elaborazione dello stile comico tramite l’immissione dell’elemento sentimentale, elemento che, estraneo al melodramma rossiniano, riconduce piuttosto al filonelarmoyantdell’opéra-comiquefrancese. Personaggi che vivevano mossi da una sorta di carica meccanica, ricalcando iclichésdi una tradizione antica e quanto mai obsoleta, che solo il prestigio di Rossini aveva potuto tenere gloriosamente in vita fino al primo ventennio dell’Ottocento, vengono ora ad acquisire quell’identità che il Pesarese aveva loro volutamente negato. Questo processo di ‘umanizzazione’ dei personaggi si attua, sul piano musicale, attraverso l’individuazione di una tipologia melodica che evidenzia i tratti di ciascuno di loro (Ashbrook). Figura-chiave di questo processo è Nemorino, colui che più di ogni altro nell’opera sviluppa la tematica del sentimento. Considerata questa sua connotazione, un canto di agilità impostato su formule melismatiche di ascendenza rossiniana sarebbe risultato del tutto inadeguato; Donizetti sceglie infatti per lui un tipo di canto ‘spianato’, che si muove prevalentemente nel registro centrale (si pensi solo al brano più celebre dell’opera, la romanza “Una furtiva lagrima”), aprendo la strada a un tenore nuovo per l’opera comica, il cosidetto ‘tenore lirico-leggero’ o ‘tenorino di grazia’. Anche la condotta melodica di Adina palesa la sua evoluzione psicologica: dall’esordio di ragazza capricciosa e volubile del primo duetto (“Chiedi all’aura lusinghiera”), dove il suo carattere è suggerito da una linea di canto ricca di fioriture, alla cantabilità malinconica dell’aria finale (“Prendi, per me sei libero”). Belcore, nella sua militaresca vanagloria, si esprime invece in toni maestosi, su ritmi in prevalenza puntati, annunciato da rulli di tamburo e da accompagnamenti marziali. Ma almeno uno dei personaggi si riaggancia alla tradizione dell’opera buffa: Dulcamara, il ciarlatano, che dichiara la propria truffaldina verbosità in un canto prevalentemente sillabato, sull’orchestra che declina la linea melodica o comunque tematica. La stessa attenzione Donizetti riservò anche al coro, che riveste una parte fondamentale nella definizione dell’ambiente rustico-villereccio, arrivando a ricoprire un ruolo protagonistico nel dialogo con Giannetta (“Saria possibile”). A ciò si aggiunga che, dal punto di vista della scrittura orchestrale, l’Elisirè una delle opere più raffinate di Donizetti. Innanzitutto c’è un ‘colore’ specifico, dato dal sapiente uso dei legni, che evoca quel caratterelarmoyantdi cui s’è detto. Gli accompagnamenti ai pezzi chiusi, inoltre, non rielaborano formule stereotipe, ma trovano la loro ragione musicale tra le pieghe del testo: un caso per tutti l’accompagnamento di “Una furtiva lagrima”, che vede il canto di Nemorino preceduto dal fagotto solo su un accompagnamento del pizzicato degli archi e dall’arpa.

Atto primo. Dopo un breve preludio, nell’insolita forma di tema con variazioni, il sipario si apre su una fattoria in un villaggio dei Paesi Baschi, verso la fine del XVIII secolo: i mietitori si stanno riposando dal lavoro dei campi (“Bel conforto al mietitore”). Adina, fittavola ricca e capricciosa, siede in disparte leggendo la storia di Tristano e Isotta. Nemorino, un contadino povero e impacciato, la osserva e si strugge d’amore per lei (“Quanto è bella, quanto è cara”). Sollecitata dai contadini, Adina legge a voce alta la storia che narra di come Tristano fece innamorare Isotta tramite un magico elisir (“Della crudele Isotta”). Nemorino si riconosce subito nella situazione e decide di procurarsi un filtro. Improvvisamente si sente un rullo di tamburo e arriva Belcore, sergente di guarnigione nel villaggio, in cerca di soldati per il suo reggimento. Con fretta e sicumera cerca di sedurre Adina e le propone subito il matrimonio (“Come Paride vezzoso”). Nel duetto seguente Adina fa capire a Nemorino quanto l’amore fedele poco si addica al suo cuore (“Chiedi all’aura lusinghiera”). Annunciato dal suono di una tromba, arriva su un carro dorato il dottor Dulcamara, in effetti un ciarlatano con pretese di taumaturgo, che narra alla folla i propri poteri (“Udite, udite, o rustici”). Affascinato da tanta sapienza, Nemorino si fa avanti e chiede a Dulcamara se possieda «lo stupendo elisir che desta amore». Il ciarlatano intuisce quanto sia sprovveduto Nemorino e gli rifila una bottiglia di vino Bordeaux al prezzo di uno zecchino (tutto ciò che Nemorino possiede), aggiungendo che farà effetto solo dopo ventiquattro ore: giusto il tempo necessario a Dulcamara per allontanarsi dal villaggio. Nemorino, fiducioso di aver nelle mani il potente elisir, incomincia a berne grandi sorsi (“Caro elisir, sei mio”): diventa presto euforico e sicuro di sé, tanto da manifestare indifferenza nei confronti di Adina, la quale si irrita per il suo atteggiamento (“Esulti pur la barbara”). Il desiderio di ripicca è tale in Adina, che ella porta ad acconsentire alla proposta di matrimonio di Belcore; ma il sergente deve partire all’indomani, e propone quindi di anticipare le nozze alla giornata stessa. Nemorino, che sa di poter contare sull’effetto dell’elisir dopo ventiquattro ore, prega Adina di aspettare un giorno a sposare Belcore (“Adina credimi”). Ma Adina si avvia con Belcore, mentre Nemorino smania tra le risa della folla.

Atto secondo. Nella fattoria di Adina sono in corso i preparativi per le nozze della padrona di casa. Dulcamara e Adina improvvisano una scenetta cantando una barcarola a due voci (“Io son ricco e tu sei bella”). All’arrivo del notaio per la firma del contratto nuziale, Adina annuncia che lo firmerà solo a sera e alla presenza di Nemorino, per vendicarsi di lui. Frattanto Nemorino si dispera per il mancato effetto dell’elisir e per la mancanza di denaro, che gli servirebbe per comperare un’altra bottiglia del magico liquore. Belcore ha il rimedio da suggerirgli: farsi soldato guadagnando così venti scudi e, pensa Belcore, togliendosi dai piedi. Ma le ristrettezze di Nemorino sono in realtà finite, anche se lui ne è ignaro. Non sa infatti l’ultima nuova: Giannetta, una contadina, va in giro raccontando che uno zio di Nemorino è morto lasciandogli una ricca eredità (“Saria possibile”). Tutte le ragazze del paese circondano ora di attenzioni Nemorino, il quale pensa che l’elisir inizi a fare effetto; lo stesso Dulcamara resta perplesso. Adina, che non sa nulla dell’eredità, guarda con sospetto le attenzioni delle giovani verso Nemorino, svelando così i suoi veri sentimenti verso il ragazzo. Dulcamara le racconta di aver venduto l’elisir a Nemorino e Adina capisce di essere amata (“Quanto amore”). Nemorino, da parte sua, si accorge che mentre le ragazze lo corteggiavano una lagrima è spuntata sugli occhi di Adina (“Una furtiva lagrima”), e questo gli dà la certezza di essere corrisposto. Adina riacquista da Belcore il contratto di arruolamento e lo porta a Nemorino (“Prendi, per me sei libero”) invitandolo a rimanere nel villaggio. E qui cade il punto debole dell’opera: Nemorino crede finalmente di aver capito che Adina lo ama, ma ella gli annuncia invece che intende lasciarlo. È troppo perché Nemorino non esploda: le rende il contratto e decide di aggiungersi alla guarnigione di Belcore: «poiché non sono amato, voglio morir soldato», dichiara eroicamente. Adina a questo punto capisce che è il momento di gettare la maschera. Gioia «inesprimibile» in entrambi gli amanti (“Il mio rigor dimentica”) e scorno di Belcore, soprattutto quando tutti apprendono che Nemorino è diventato il più ricco del villaggio, e trionfo finale per Dulcamara: nessuno può più dubitare degli effetti del suo taumaturgico elisir (“Ei corregge ogni difetto”).

Riguardo alla debolezza drammaturgica del finale del secondo atto, l’autografo dell’Elisirpone alcune questioni importanti. Anzitutto la sua dislocazione tra Napoli e Bergamo: nella biblioteca di San Pietro a Majella il primo atto, il secondo al Museo Donizettiano di Bergamo. Inoltre, dall’autografo del secondo atto furono strappate alcune pagine, corrispondenti alla sezione finale del duetto che inizia con il cantabile di Adina (“Prendi, per me sei libero”; precisamente battuta 54 alla fine). Solo Donizetti stesso, evidentemente insoddisfatto della parte dell’opera corrispondente alla mutilazione, avrebbe potuto permettersi un intervento del genere su un autografo. Poiché le pagine mancanti corrispondono a un taglio divenuto tradizionale, viene da chiedersi come mai Donizetti rese il taglio così definitivo e lo fece in modo così drastico. Questo taglio rende inoltre il duetto tra Adina e Nemorino carico di incongruenze e difficoltà per la rappresentazione poiché, dopo il delizioso coro di donne che discutono sul fatto che Nemorino sia divenuto ricco improvvisamente, nell’unicoensembledel secondo atto (il quartetto “Dell’elisir mirabile”), Adina considera la sua intenzione di smettere di fare la ‘sostenuta’ e di ammettere il suo amore. Quando Adina entra e dà a Nemorino il contratto che ha acquistato da Belcore, in modo che il suo amato non debba partire, canta un’aria (“Prendi, per me sei libero”) al termine della quale, chiamata a esporre le sue intenzioni, dice di volersene andare e di non aver nulla da aggiungere. Inconcepibile che, dopo la dichiarazione espressa nel quartetto precedente, di voler rendere palese il suo sentimento, voglia correre il rischio di perdere Nemorino, che infatti prontamente conferma la sua intenzione di partir soldato. Infine, dopo molte esitazioni, Adina confessa il suo amore e non trova altro mezzo che una cabaletta che sembra un esercizio sulla coloratura, convenzionale e assai impegnativa. Evidentemente conscio delle incongruenze che il finale del secondo atto poneva, nel 1843 Donizetti riscrisse interamente questa sezione, il cui autografo, riportato alla luce da Alberto Zedda, si trova alla Bibliothèque Nationale di Parigi. Riscrisse il cantabile di Adina, in parte sullo stesso testo (“Prendi, per me sei libero”), eliminò l’illogico litigio di Adina e Nemorino (N.: «Or, or si spiega». A.: «Addio». N.: «Che, mi lasciate!». A.: «Io... sì». N.: «Null’altro a dirmi avete?». A.: «Null’altro»), e fece attaccare a quest’ultimo la sua frase (“Poiché non sono amato”) subito dopo che Adina gli ha reso il contratto di arruolamento, al termine del cantabile, tagliando la superflua dichiarazione di Adina (“Sappilo alfin, tu mi sei caro”), e sostituendo la cabaletta. La nuova cabaletta (“Ah l’eccesso del contento”), scritta al posto di quella del 1832 (“Il mio rigor dimentica”), è una vera gemma in puro stile belcantistico, che risolve magnificamente la scena.

Resta un unico dubbio: come mai Donizetti non rese pubblico un cambiamento di tale entità? Che egli intendesse questa nuova sezione come sostitutiva di quella del ’32 è confermato sia dal manoscritto di Parigi, sia dal fatto che l’autografo dell’opera completa si trova in due luoghi diversi, Napoli e Bergamo. Partito da Milano per Napoli, Donizetti avrebbe portato con sé l’intero autografo pensando evidentemente di rimetterci mano, cosa che fece a Parigi, dove si era portato l’intero secondo atto, nell’ultimo suo intensissimo anno di attività, il 1843, quando, pur gravemente prostrato dalla malattia, ebbe la forza di comporre due grandi opere,Maria di RohaneDom Sébastien. Poi il declino fisico e l’ultimo viaggio a Bergamo, probabilmente con l’autografo diElisir: epilogo tragico di un lieto fine.

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