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 Lakmè - L. Delibes

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Leonora
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MessaggioTitolo: Lakmè - L. Delibes   Dom Gen 16, 2011 10:01 pm

Verso la fine dell’Ottocento la passione letteraria per i soggetti esotici, che si può forse far risalire alla prima traduzione francese delleMille e una nottecurata da Galland all’inizio del Settecento, si diffuse in tutta Europa. In Francia alla tradizione ‘alta’ di Théophile Gautier e Gustave Flaubert si affiancava la più ordinaria e oleografica prosa di Pierre Loti, i cui romanzi a sfondo marinaresco trovarono largo seguito presso un pubblico facile ad abbandonarsi al fascino del ‘lontano’ e del ‘misterioso’. A una sua novella (Rarahu) si ispirò Edmond Gondinet per laLakméche Léo Delibes, compositore fino allora celebre per le sue operette e per i suoi balletti, pose in musica tra il luglio 1881 e il giugno 1882.

Atto primo. In India, durante il dominio inglese. La bellissima Lakmé è la figlia del bramino Nilakantha, al quale gli inglesi hanno proibito di professare la propria religione, costringendolo così a vivere in un rifugio segreto ai margini della giungla. Durante un’assenza del padre Lakmé viene sorpresa dal giovane ufficiale inglese Gerald, il quale con alcuni amici si è furtivamente introdotto nell’abitazione. Tra i due giovani scatta un’attrazione subitanea, ma l’improvviso ritorno di Nilakantha costringe Lakmé a far fuggire precipitosamente Gerald. Il bramino, accortosi dell’intrusione, furioso giura vendetta.

Atto secondo. Per scoprire chi sia l’audace che ha osato violare il loro rifugio, Nilakantha, travestito da mendicante, costringe Lakmé a cantare davanti alla guarnigione inglese (‘aria delle campanelle’). In tal modo egli pensa di scoprire il profanatore e quando Gerald accorre in soccorso di Lakmé, che al colmo dell’emozione sta per svenire, il bramino lo ferisce con un pugnale.

Atto terzo. Lakmé, aiutata dal fido Hadji, ha trasporato Gerald in un luogo segreto della foresta. Lo cura amorevolmente e riesce a guarirlo (“Sous le ciel tout étoilé”); per benedire la loro unione, Lakmé si reca ad attingere acqua alla vicina fontana dell’amore eterno, ma al suo ritorno crede che Gerald voglia abbandonarla per riunirsi al suo reggimento. Comprendendo che se egli restasse con lei sarebbe per sempre infelice, la fanciulla di nascosto si avvelena. E quando Gerald, fra il dovere e l’amore, sceglie quest’ultimo bevendo l’acqua sacra, spira felice tra le sue braccia.

Sarebbe un errore identificareLakmésolo con la celeberrima e virtuosistica ‘aria delle campanelle’ alla quale, in fondo, si deve ancora oggi la sopravvivenza di quest’opera. La ballata che Lakmé canta di fronte alla guarnigione inglese è certo brano brillantissimo e magistralmente orchestrato, ma ancor più affascinanti risultano le pagine in cui la protagonista si esprime attraverso un canto assai sfumato e tenero, che ben traduce musicalmente l’immagine di una languida figura femminile immersa tra i colori e i profumi di un giardino tropicale, quale doveva apparire una sacerdotessa indiana all’immaginario del pubblico ottocentesco europeo. La ninna-nanna che Lakmé canta a Gerald ferito all’inizio del terzo atto è in questo senso esemplare, così come lo splendido duetto (“Dôme épais le jasmin”), che la fanciulla canta con la compagna Mallika all’inizio dell’opera. Delibes, in parte sull’esempio di Bizet e Massenet, utilizza il ‘colore locale’ soprattutto per caratterizzare i momenti magici e cerimoniali della vicenda. Le danze del secondo atto, la processione che accompagna le coppie di innamorati alla fonte dell’amore eterno, anche per un abile uso di cromatismi orchestrali, assumono un valore musicale che va al di là del mero effetto pittoresco. I personaggi di Nilakantha e Gerald sono certamente più sommari e meno definiti musicalmente, ma il ruolo tenorile, scritto su misura per il celebre Talzac, annovera pagine (“Fantaisie aux divins mensonges” e “Ah! Viens, dans la fôret profonde”) di sicuro effetto e presa sul pubblico.

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